31/03/2026

La Guardia di Finanza ha denunciato alla Procura della rwepubblica di Pordenone sei persone contenstando reati connessi alla Legge n. 185/1990 (disciplinante la movimentazione di materiali di armamento). Sull’esito di questa operazione, che riteniamo di grande importanza non solamente per i risultati ad essa riferiti ma anche perché accende un ulteriore faro sull’aggressività delle politiche cinesi in settori strategici, sul quale aspetto e a seguito dell’operazione, anche il presidente di Confindustria Alto Adriatico ha divulgato un commento, che riprendiamo più avanti.

Tornando ai fatti, vale senz’altro la pena soffermarsi attraverso il resoconto fornito dalla Guardia di Finanza, anche perché il pervasivo e sotterraneo fenomeno di partecipazione cinese a società occidentali a fini di colonizzazione economica o di delocalizzazione del know how è in atto da tempo in settori diversificati. Le Fiamme Gialle hanno dapprima condotto degli accertamenti, su delega dell’Autorità giudiziaria pordenonese, su un’aviosuperficie del demanio militare che vedeva una sinergica occupazione, in assenza di autorizzazioni, da parte di un aeroclub privato (formalmente una ONLUS operante in inesistenti attività di Protezione Civile) e di una società industriale operante nella fabbricazione di aeromobili e di veicoli spaziali, nonché nella progettazione e produzione di sistemi U.A.V. “Unmanned Aerial Vehicle” di tipo militare e certificati per tale impiego in ossequio agli standard “stanag” NATO.

Questi sistemi, peraltro, sono oggetto di forniture, per tramite di contratti sottoscritti con il Ministero della Difesa, anche alle Forze Armate italiane nonché di un rapporto di partnership per attività di ricerca e sviluppo tecnologico con una importante azienda a partecipazione pubblica, aspetti per i quali la società pordenonese risulta iscritta nell’apposito registro nazionale delle imprese operanti nel settore dei materiali di armamento, gestito dal Ministero della Difesa, ove tutti i soggetti operanti in tale delicato e strategico settore devono preventivamente registrarsi.

Successivi approfondimenti investigativi hanno portato in luce che questa azienda del pordenonese, nel 2018, veniva acquistata, per il 75% del capitale sociale, da una società estera, con sede nella zona amministrativa speciale di Hong Kong, con un valore delle quote notevolmente rivalutato rispetto a quello nominale (90 volte superiore, ovvero 3.995.000 euro contro 45.000 euro).

La società estera acquirente è risultata costituita ad hoc prima dell’acquisto delle quote e autonomamente priva di risorse finanziarie, nonostante l’operazione di compravendita e i conseguenti aumenti di capitale abbiano richiesto, nella provincia di Pordenone, investimenti per oltre 5 milioni di euro.

le indagini della Guardia di Finanza hanno consentito di individuare la reale identità degli attori che si celavano dietro la società di Hong Kong: quest’ultima, mediante una complessa ramificazione di partecipazioni societarie strutturata in molteplici soggetti giuridici, è risultata, per ultima, riconducibile a due importanti società di proprietà governativa della Repubblica Popolare Cinese.

Le operazioni di subentro dei cinesi nell’azienda pordenonese sono state perfezionate con modalità opache, tese a non farne emergere la riconducibilità del nuovo socio straniero.

Tra le varie omissioni della nuova compagine italo-cinese (o meglio, prevalentemente cinese vista la rilevante quota maggioritaria si ometteva di comunicare preventivamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri l’acquisto del 75% del capitale sociale dell’azienda italiana, in violazione delle prescrizioni normative contenute nel D.L. n. 21/2012 “Norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonchè per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni” (c.d. “Golden Power”).

Emergeva, quindi, che l’acquisto del 75% della società italiana non aveva scopi speculativi e/o di investimento ma, esclusivamente, l’acquisizione del suo Know-how tecnologico e produttivo, anche militare, per la quale veniva dato corso a progetti per il trasferimento nella Repubblica Popolare Cinese, anche pianificando una delocalizzazione della struttura produttiva aziendale, nel polo tecnologico di Wuxi, città-laboratorio dell’intelligenza artificiale cinese situata a meno di 150 chilometri da Shanghai.

I vari riscontri delle indagini presso il Ministero della Difesa e il Ministero degli Affari Esteri hanno fatto emergere violazioni penali alla Legge n. 185/1990, disciplinante il settore dei materiali d’armamento, che impone di richiedere preventivamente l’autorizzazione sia per avviare trattative che per condurre attività di trasferimento (importazione, esportazione e transito) di materiale e tecnologia della Difesa all’estero. Richieste di autorizzazione che non sono mai state presentate ai predetti Dicasteri. Ulteriore fattispecie di reato, sempre previsto dalla Legge n. 185/1990,

riguarda una esportazione temporanea nella Repubblica Popolare Cinese di un U.A.V. militare, protrattasi per oltre un anno, in occasione della “Fiera internazionale dell’import a Shanghai” (svoltasi, nel 2019, nell’arco di soli 5 giorni).

Il sistema militare risultava stato dichiarato agli uffici doganali di esportazione, contrariamente agli obblighi normativi, non come “sistema U.A.V.” o “drone”, come impone la normativa, bensì falsamente come “modello di aeroplano radiocomandato”.

Previa autorizzazione della Procura della Repubblica di Pordenone, la Guardia di Finanza inoltrerà, inoltre, evidenze documentali anche alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – per le valutazioni in ordine a violazioni delle prescrizioni contenute nel citato Decreto Legge n. 21/2012 “Golden Power”; secondo queste prescrizioni gli acquirenti stranieri avrebbero dovuto chiedere alla predetta Presidenza l’autorizzazione per l’acquisto del 75% delle quote della società italiana, essendo quest’ultima inquadrabile tra quelle strategiche del settore “difesa”, tutelate dalla citata normativa.

Detta inottemperanza risulta sanzionata amministrativamente con pene pecuniarie fino al doppio al valore dell’operazione e, comunque, non inferiore all’uno per cento del fatturato cumulato realizzato dalle imprese coinvolte.

Secondo il Presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti, «l’inchiesta della Guardia di Finanza di Pordenone ha svelato quanto pervasiva sia l’attività della Cina nel sistema economico del nostro Paese, con particolare riferimento ad imprese ad alto valore tecnologico e, come si è visto, riferibili ad importanti settori del militare».

«La Territoriale – ha detto ancora – collabora da tempo nell’attività di monitoraggio dei tentativi del colosso cinese di acquisire importanti imprese italiane, con riferimento particolare del nostro territorio, lodevolmente coordinate dalla Prefettura di Pordenone. Proprio l’evoluzione della geopolitica a livello internazionale richiede una vigilanza straordinaria che qui è stata efficacemente gestita e ha portato ai risultati che qui oggi constatiamo».

Per il Presidente Agrusti «il fatto che strumenti di forte significato militare e strategico, forniti alle Forze Armate italiane, siano passati di mano ai cinesi, attraverso anche l’acquisizione del loro know-how, genera inquietudine e preoccupazione. Ricordiamo che apparecchiature di questo tipo sono state recentemente impiegate durante la missione NATO in Afghanistan e che oggi, una potenza straniera, potenzialmente antagonista, ne ha la proprietà. Resta la preoccupazione per la sorte dell’azienda in questione, ma confidiamo che, con l’aiuto del governo – ha concluso – essa possa ritornare in mani italiane».

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