12/07/2024

L’essere una Regione a statuto autonomo, con una propria carta costituzionale, ha consentito una serie di cambiamenti che la giunta Regionale, con la presidente Debora Serracchiani in comando, ha voluto mettere in atto come prova e prologo alla riforma costituzionale nazionale presentata da Renzi senza successo, sia alle camere, sia attraverso il referendum popolare.
Intanto qui da noi le riforme rimangono, le province non ci sono più (tranne quella di Udine), le U.T.I sono già una realtà, quindi in provincia di Udine abbiamo cinque livelli amministrativi contemporaneamente (Comuni, UTI, Provincia, Regione e Stato), cosa non prevista dalla Carta Costituzionale che dato l’esito del referendum del 4 dicembre, è rimasta invariata.
La nostra Regione però è diversa, la rivoluzione del sistema sanitario, la prospettiva di perdere l’acqua pubblica e tanti altri fattori che ci distinguono dal resto della nazione, non sempre fanno piacere ai cittadini.

 

Il partito che ha tolto la possibilità di eleggere il consiglio e il presidente provinciale, avrebbe voluto sopprimere anche le elezioni per i senatori, non ha considerato nemmeno per un momento la possibilità di approvare e autorizzare i referendum richiesti con moltissime firme in più rispetto alle necessarie. Si trattava di un propositivo per istituire due sole province autonome del Friuli e di Trieste, esattamente come già avviene in Trentino Alto Adige, stabilendo già nello Statuto della nuova “Regione Friuli e Trieste” un equo tetto massimo al compenso sia degli amministratori sia dei dipendenti tanto degli enti locali quanto delle società partecipate. Mentre con un referendum regionale abrogativo, proponevano di eliminare le diciotto UTI, vere e proprie “miniprovince” considerate inutili e costose.
Dopo aver ricevuto la negazione dell’opportunità d’interpellare i residenti per rispettare la volontà del popolo da parte della giunta Serracchiani, le persone non si sono arrese. Tutti per il Friuli è diventato una specie di movimento che raccoglie sottoscrizioni ovunque vada e per protestare contro le scelte arbitrarie e non condivise, considerate contrarie alle esigenze dei cittadini del Friuli Venezia Giulia, ora procedono organizzando manifestazioni di protesta.

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Dopo il successo riscontrato a Udine qualche settimana fa, domenica 18 dicembre, tra i mercatini di Natale e gli aperitivi in piazza, si sono trovati con striscioni, bandiere e cartelloni sotto il municipio di Udine. Tantissimi, provenienti da tutta la Regione e anche dal Veneto.
D’altronde è dall’anno 2008 che, tramite un referendum, il 95% dei residenti a Sappada (Belluno) chiesero il passaggio di Sappada dal Veneto al Friuli. Due anni prima, nel 2006, si era svolta una consultazione analoga tra i cittadini di Cinto Caomaggiore (VE). Il 90% dei votanti (il 60% degli iscritti alle liste elettorali) chiese il passaggio al territorio amministrativo del Friuli. Altri quattro comuni del mandamento di Portogruaro votarono affermativamente al passaggio in Friuli: San Michele, Teglio, Pramaggiore e Gruaro. Ebbero tutti percentuali attorno all’85-90% di sì, senza però raggiungere quel doppio quorum necessario. Il risultato non fu dovuto alla mancanza di partecipazione della comunità locale, che si confermò sempre molto alta; a influire furono i residenti all’estero, che in questi comuni sono molto numerosi. Sappiamo bene che per votare a livello locale, un italiano residente in Argentina, sarebbe dovuto tornare apposta nel paese dei propri nonni; non è difficile immaginare la difficoltà. Nonostante ciò, il quorum fu sfiorato per un soffio. Cinto Caomaggiore e Sappada fanno ancora parte del Veneto.

Sin dal Medioevo questi comuni sono sempre stati connessi molto più al Friuli che alla Serenissima. Si tratta di ricongiungere comuni friulani (che sono veneti solo per la burocrazia) alla regione che sentono propria. Nemmeno in questi casi la volontà popolare espressa ai seggi è stata rispettata.
Il successo delle manifestazioni, con la partecipazione di residenti della montagna come di Trieste, fanno comprendere l’importanza dei sentimenti di cambiamento e ottimizzazione del territorio. Due provincie autonome come in Trentino – Alto Adige, con Trento e Bolzano, nell’intento di risparmiare e dare maggiore riscontro alle esigenze di tutti, va assolutamente nella direzione opposta dell’istituzione delle diciotto UTI che suddividono la Regione in tanti piccoli feudi.
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A proposito di economia, bisogna ricordare che il processo d’istituzione delle UTI depredando le province di compiti e personale, ha già comportato il passaggio di buona parte dei dipendenti alla Regione, con l’opportunità di elargire a tutti anche la quattordicesima. Un maggior esborso per la Regione, cioè per noi che siamo costretti a pagare tasse e contributi.
Marco Mascioli

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