08/04/2024

“Una tragedia che è stata a lungo, e colpevolmente, dimenticata”. Così Piero Mauro Zanin, presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, ha definito in Aula, (il 17 febbraio), il dramma delle Foibe, riportato pienamente alla luce dalla scelta di celebrare ogni anno, il 10 febbraio, il Giorno del Ricordo.

“Sono passati 17 anni – ha rammentato Zanin – dalla legge che istituisce questa Giornata, frutto “di un sofferto cammino per arrivare alla consapevolezza di quel che avvenne negli anni del secondo dopoguerra. La legge nazionale e il Giorno del Ricordo sono stati fondamentali – ha detto ancora Zanin – per svelare gli orrori delle Foibe e la tragedia dell’esodo di trecentomila istriani, fiumani e dalmati, spegnendo progressivamente gli ultimi focolai negazionisti”. Questa ricorrenza è ancora più importante in Friuli Venezia Giulia perché, ha ricordato il presidente dell’Aula di piazza Oberdan, “proprio da qui partì l’idea di quella legge, così come ora in molti si battono contro ogni forma di negazionismo e riduzionismo”.

L’operazione-verità dunque deve proseguire, e va portata avanti “fino in fondo, ma non certo nell’ottica di rinfocolare odio e antichi rancori, bensì con l’intento di arrivare a una memoria condivisa di quei tragici anni – ha auspicato Zanin – e costruire in modo chiaro e onesto un rapporto sempre più stretto di amicizia e collaborazione con la Slovenia, la Croazia e gli altri popoli dell’ex Jugoslavia”.

Egea Haffner

Zanin ha infine lasciato spazio alle testimonianze di Egea Haffner e di Paolo Sardos Albertini, “Quella foto è ormai molto conosciuta, – ha ricordato Egea Haffner – , stavo per lasciare la mia città, era l’estate del 1946 e, insieme alla mamma con poche cose al seguito, avrei raggiunto la Sardegna, dove avremmo trovato ospitalità. Uno scatto suggestivo, anche se frutto di una messinscena organizzata dallo zio Alfonso, dal grande valore simbolico in quanto testimonia la grande tragedia”.

In quel 6 luglio 1946 Egea Haffner era una bimbetta con i boccoli, un vestino di seta e i sandaletti bianchi che volgeva lo sguardo orgoglioso lontano dall’obiettivo del fotografo Giacomo Szentiványi. Tra le sue mani solo un ombrellino e una piccola valigia in pelle con una scritta eloquente: Esule giuliana 30.001. Egea stava lasciando Pola, dove era nata il 3 ottobre 1941, pronta per imbarcarsi alla volta di Cagliari.

L’istantanea è diventata quasi un simbolo del dramma degli esuli di ogni età, costretti ad abbandonare le proprie terre per andare incontro a un futuro pieno di incognite in luoghi sconosciuti. Non a caso, una volta estratta dall’archivio di famiglia, la foto sarebbe stata scelta per le locandine di alcune esposizioni tematiche e per la copertina di varie pubblicazioni, apparendo anche su un manifesto ufficiale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd).
Un’immagine, quella della bambina con la valigia, che a tutt’oggi continua a provocare emozioni. Egea non aveva ancora festeggiato i cinque anni quando dovette lasciare l’Istria. “Mio nonno era morto di crepacuore, papà Kurt era stato prelevato a casa nel 1945 e di lui non si era saputo più nulla. Tra lutti e tragedie, mamma Ersilia – ha ricordato Egea Haffner, ripercorrendo la storia della sua famiglia – era stata costretta a raggiungere la sorella Angiolina in Sardegna”.
Una vicenda terribile, fatta di affetti troncati e di persone disperse a centinaia di chilometri di distanza. Due anni più tardi Egea avrebbe però raggiunto la nonna e gli zii materni a Bolzano, senza essere costretta a sperimentare le dure condizioni di un campo profughi. Oggi, mamma di due figlie e nonna di sei nipotini, vive a Rovereto, in Trentino.
“Nel marzo del 1947 – ha concluso – la mamma mi affidò a loro e iniziai le scuole. Poi il lavoro e, infine, una famiglia. Tuttavia, non ho dimenticato nulla e, quando mi è possibile, porto sempre la mia testimonianza nelle scuole, affinché sia di aiuto alle nuove generazioni per comprendere e tenere viva la memoria”.

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