Si chiamano Ahmadi, Airin, Hasnaa, sono donne, sono immigrate e ormai da tempo vivono, studiano, lavorano in Friuli Venezia Giulia. Quattro donne che si sono raccontate senza filtri, condividendo la loro storia, che è quella comune a migliaia di donne pronte a lasciare il proprio Paese di origine per trovare un futuro migliore per se stesse e per i propri figli. E’ una storia collettiva, trasversale, che connette le donne di tutto il mondo, dall’Afghanistan al Magreb, dal Medio Oriente, all’Africa, al Pakistan e al Bangladesh.
È da loro che parte la riflessione fortemente voluta dalla Cisl Fvg e dal suo Coordinamento Donne, che alla Casa dell’Immacolata di Udine, hanno aperto un confronto, nel corso dell’incontro intitolato Voci sotto il velo, sul tema dell’integrazione. “Anche noi come Sindacato vogliamo fare la nostra parte, innanzitutto capire in che modo possiamo contribuire all’accoglienza e all’integrazione delle persone che arrivano nel nostro paese , e di tutte quelle persone che vivono qui da tempo, escludendo ogni tipo di discriminazione razziale, con particolare attenzione alle donne” – spiegano per la Cisl Fvg e per il Coordinamento Donne, Claudia Sacilotto, Renata Della Ricca e Luciana Fabbro.

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La chiave non può che essere quella del lavoro, strumento straordinario di inclusione sociale ed emancipazione. Sostenere le donne, immigrate e non, agevolando il loro accesso al mercato del lavoro è fondamentale, assieme all’attivazione di tutti quei servizi strutturali indispensabili, soprattutto per la componente femminile della società, alla conciliazione e alla realizzazione delle proprie ambizioni.
“Non si lascia il proprio mondo con leggerezza: emigrare comporta dolore, distacco dagli affetti, abbandono. Chi emigra lo fa soprattutto per motivazioni legate al lavoro e non solo per cambiare area” – incalza la coordinatrice nazionale delle donne Cisl, con delega anche alle politiche dell’immigrazione, Liliana Ocmin. “Purtroppo questo fatto spesso non viene riconosciuto. Spesso lo scambio che avviene è il depotenziamento delle abilità di alcune donne a favore della possibilità di lavorare. Moltissime badanti sono laureate, ma il loro titolo di studio conseguito nel paese di origine non viene riconosciuto in Italia. Dobbiamo trovare quindi risposte più adeguate alla realtà, a partire dalla valorizzazione delle competenze professionali, utilizzando il ” merito” come strumento di coesione sociale.
Le donne immigrate emancipate – perché ad emigrare sono spesso coloro che hanno investito nella propria professionalità – sono spesso le nostre migliori alleate per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Dovremmo cominciare a pensare come favorirle, affinché esse possano veder garantita quella conciliazione a noi tanto cara. Il vero banco di prova sarà quello di politiche inclusive attente alla valorizzazione dei talenti e che puntano sempre più alla eccellenza.






