01/04/2024

Di Marco Mascioli   

Oggi si dice “bagno pubblico”, ma in un passato non molto lontano (fino agli anni ‘80) si diceva “Vespasiano”. Si chiamava così anche in francese. Si usava il nome di un famoso imperatore romano per chiamare i “bagni pubblici” perché come tutti i governanti, anche l’Imperatore Vespasiano era sempre in cerca di soldi. Le tasse che si pagavano nell’antica Roma erano altissime e non si potevano aumentare ulteriormente. L’imperatore Tito Flavio Vespasiano, che governò fra il 69 e il 79 d.C. con il nome di Cesare Vespasiano Augusto, dovette inventare una tassa nuova. Roma antica era piena di bagni pubblici in ogni angolo della città. 

Ecco un’ottima idea per Vespasiano: tassare l’urina! Di conseguenza i bagni pubblici si cominciarono a chiamare “Vespasiani”. Questo nome per indicare il bagno pubblico si continua a usare per duemila anni!

Poi arrivò Tito, il figlio di Vespasiano, che criticò il padre perché la tassa sull’urina era poco elegante e si rideva per questa strana tassazione. Si narra che un giorno chiese al padre Vespasiano dei soldi. L’imperatore allora prese un sacchetto pieno di monete e dicendo al figlio che provenivano dall’urina! Tito era titubante e allora l’imperatore mise il naso nel sacchetto e disse: “Pecunia non olet” (il denaro non puzza).

Negli ultimi anni sembrava che la presenza dei vespasiani nelle città fossero offensivi e inutili. SI è preferito emanare leggi e decreti per demandare questi servizi alle attività commerciali, pubblici esercizi, che per legge non possono rifiutare di offrire il servizio in gratuità. In alcune città ci sono alberghi diurni e toilette private in gestione a compagnie specializzate e aziende di trasporto, che per un’urinata chiedono un pagamento obbligatorio o facoltativo, ma nel caso ti dimenticassi si lasciare l’obolo, ti guarderebbero malissimo.  

Il bello è arrivato ora, grazie ai veti imposti dal governo anti Covid-19, con bar e ristoranti chiusi, soprattutto nei centri minori, nei paesi senza centri commerciale o ipermercati, non si sa più dove “farla”.  Rappresentanti, agenti, spedizionieri, trasportatori e mettiamoci anche i giornalisti, possono spostarsi per questioni di lavoro, ma escludendo l’autostrada, quando devono fare una sosta tecnica nei paesi, non sanno dove andare, a chi rivolgersi. Tra poco proveremo a suonare i campanelli delle case private o in alternativa torneremo a nasconderci dietro gli alberi come rozzi energumeni incivili. 

Un altro esempio della gravità del problema è riscontrabile durante i mercati settimanali, riferendoci ai viandanti, magari non giovanissimi, che tra un acquisto e l’altro, oltre a bere qualcosa, avrebbero esigenze fisiologiche da espletare, ma pensando a chi arriva prima delle 8 del mattino per allestire i banchi, con accesso a senso unico, mascherine e igienizzanti, nel tentativo di vendere qualcosa fino a dopo le 13, nonostante i pochissimi clienti e il grande freddo, può darsi che prima o poi gli scappi! 

Anche i bar aperti per il servizio d’asporto, non dovrebbero acconsentire l’accesso per utilizzare la “ritirata” a nessuno, ma se non volessimo vedere gente nascondersi tra i vicoli del centro, qualcuno dovrà disobbedire al DPCM.

Nelle quattro città capoluogo stanno installando splendide toilette pubbliche, con accesso gratuito per i residenti e pochi spiccioli per i turisti (solo virtuali dato che ora non si può uscire dal Comune di residenza). Il problema rimane nella stragrande maggioranza  del territorio regionale, dove le amministrazioni locali dei piccoli centri abitati, dalle montagne al mare, non possono permettersi spese simili per poche persone e quelli di passaggio … se la fanno addosso. 

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