22/09/2021

Di Marco Mascioli

Chi vince scrive la storia… come gli pare. Altrettanto colpevoli dovrebbero essere coloro che conoscendo i fatti, non hanno trasmesso. Nelle nostre scuole, quando ci si può andare nonostante il Covid, insegnano tante materie con tantissimi argomenti e forse proprio per questo spesso non si sincronizzano. Quando a “Storia” si trattano le guerre mondiali, magari a “Geografia” si è arrivati ai continenti, così, dati i corposi programmi didattici, l’arrivo della primavera e l’appropinquarsi della fine dell’anno scolastico, i proff sono costretti a dire: quello che non hanno fatto in tempo a studiare, lo faranno in futuro.

Non per criticare e tantomeno lamentarsi generalizzando (sicuramente alcuni insegnano con coscienza), ma piacerebbe che, entro il termine della scuola dell’obbligo, i ragazzi sapessero qualcosa in più, soprattutto del territorio che ci circonda.

Cartina del 1920

In occasione del 25 aprile 2021 abbiamo sentito tanti discorsi da parte delle autorità, dei figli e nipoti dei partigiani (essendo il 76° anniversario della liberazione, fate il calcolo di quanti anni dovrebbero avere gli interpreti di quelle gesta).

Indiscutibilmente interessante quanto pronunciato dal presidente del consiglio dei ministri. Al di là del fatto che il contesto era molto italiano: a Roma, dopo la deposizione della corona all’altare della patria con il presidente della Repubblica Mattarella e il sorvolo delle Frecce Tricolori, durante una bella visita al Museo Storico della Liberazione di via Tasso, quando tutti i musei del nostro stivalone dovrebbero essere stati chiusi il fine settimana per le misure anti Covid. Mario Draghi disse: “Nel conoscere in profondità la storia di quegli anni, del fascismo e dell’occupazione nazista, saremo più consapevoli dell’importanza dei valori repubblicani e di come sia essenziale difenderli ogni giorno“. Prima ancora espresse la frase che divenne l’apertura di tutti i notiziari: “Non tutti gli italiani furono brava gente”.

Il confine orientale siamo noi. Però osservando la cartina geografica dopo la grande guerra (trattato di Rapallo), per esempio di cent’anni fa, forse capiremmo che allora la Venezia – Giulia, ovvero l’Italia, quindi gli italiani erano anche i cittadini di tutta l’Istria, comprese le isole di Cres (Cherso), Rab (Arbe) e parlavano in italiano in quasi tutta la costa, fino al Montenegro.

Non parliamo del remoto impero romano e nemmeno dell’Austro – Ungarico, spesso ricordato nella nostra regione forse perché esteticamente valido, bensì della nostra storia che si potrebbe confondere con la cronaca. Italiani come noi, che sono nati italiani, poi si sono ritrovati iugoslavi dopo la fine della seconda guerra mondiale con il trattato di Parigi (1947), quando l’Istria fu assegnata alla Jugoslavia che l’aveva occupata, con l’eccezione della cittadina di Muggia e del comune di San Dorligo della Valle che rimasero Comuni italiani.

Italiani non proprio brava gente, basti pensare che durante la seconda guerra mondiale, i nostri avi, nel nostro  territorio, fecero cose che evidentemente non si vogliono proprio ricordare. Furono ventotto i campi d’internamento (concentramento o lager) allestiti per l’occasione nella nostra nazione per rinchiudere i civili rastrellati dai territori jugoslavi annessi nel 1941 (provincia di Lubiana e di Dalmazia) e “forestieri” (sloveni e croati della Venezia Giulia, divenuti cittadini italiani dopo la Prima guerra mondiale).

Il Friuli-Venezia Giulia, con i confini di allora, ospitava sei campi: Cighino (Čiginj – comune di Tolmino oggi Slovenia), Gonars (UD), Visco (UD), Fossalon di Grado (GO), Poggio Terzarmata (Sagrado – GO) e Piedimonte del Calvario (Gorizia). I campi nei territori annessi si trovavano tutti nell’attuale Croazia, con l’eccezione di quello sull’isola di Mamula (Lastavica), oggi in Montenegro.

Nell’attuale Croazia, oltre al campo di Arbe (Rab), ce n’erano a Buccari (Bakar), Portoré (Kraljevica), Fiume (Rijeka), Melada (Molat), Zlarino (Zlarin), Scoglio Calogero (Ošljak), Morter (Murter), Zaravecchia (Biograd), Vodizza (Vodice), Divulje, Prevlaka e Uljan. Quasi mai venivano uccisi gli internati (per quello c’era la Risiera di San Sabba a Trieste oltre ad altri quattro campi di sterminio in Italia), così gli italiani (quelli puri, non di origine slava) si lavavano la coscienza lasciandoli morire di fame, malattie e freddo.

VISCO (UD) Foto di Monica Mosolo

Quando si sente parlare di memoria, di ricordare il passato, di non dimenticare, di tramandare alle giovani generazioni, piacerebbe si facesse con onestà, compiutezza, completezza e correttezza. Quando invece a Visco (UD), vicino Palmanova, la rete elettrosaldata impedisce l’accesso, le strutture fatiscenti non sono curate e quasi nessuno si prende la briga di raccontare cosa c’era in quei posti durante la seconda guerra mondiale, magari organizzando gite scolastiche ad Auschwitz, Bacau o a Buchenwald per testimoniare quanto cattivi erano i tedeschi, ma non ricordo nessun italiano, seppur alleati del terzo reich, sia mai stato sottoposto a giudizio e condannato, se non dopo la loro morte.

Mario DRAGHI al Museo della Liberazione a Roma

La speranza va riposta in coloro che si preoccupano, con difficoltà, di spiegare i fatti e qualche giorno fa dall’università di Udine e di Trieste, cinque studenti e studentesse hanno partecipato a una delle sessioni del Workshop internazionale su fotografia e memoria. Al gruppo di studio in totale partecipano 35 persone da 6 Paesi: Italia, Croazia, Germania, Slovenia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina. Grazie a Natka Badurina (docente del dipartimento di Lingue e letterature, comunicazione, formazione e società e referente del progetto MEME per l’Ateneo di Udine), hanno organizzato una visita tra i pochi resti visibili del campo di Gonars e alle inferriate di quello di Visco, insieme allo storico e ricercatore Ferruccio Tassin che da decenni raccoglie testimonianze e dati sui due campi, perseverando nell’importante divulgazione soprattutto tra i giovani nelle scuole.

Il presidente Mario Draghi forse nemmeno sa quanto aveva ragione nel pronunciare quelle parole il 25 aprile 2021: “Non tutti gli italiani furono brava gente”. Però se qualcuno facesse qualcosa per portare alla luce la verità, forse sarebbe utile per il futuro.

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