14/05/2024

Il COVID ha drammaticamente posto i medici di fronte al rifiuto di molti pazienti già ricoverati di farsi curare e vaccinare, rigettando anche le cure salvavita. Sulla possibilità che le DAT (dichiarazione anticipata di trattamento)

possa risolvere il dilemma del medico, è stata chiamata ad esprimersi la Commissione Deontologica e Bioetica dell’Ordine, che è stata chiara nel giudizio espresso; va rispettata la volontà del paziente, pur considerando che i vuoti normativi relativi a questo tema vadano affrontati in un ampio dibattito a livello nazionale. Al principio di rispettare la volontà del paziente, quand’egli venga informato sui possibili esiti senza le cure e comunque le rifiuti, dever corrispondere – secondo la commissione – la non responsabilità sia civile che penale da parte del medico. La delicatezza della questione, come potete legegre più avanti, è lo stato emotivo o le ridotte capacità di cognizione in cui un paziente può venire a trovarsi nei casi acuti di gravità. In altgre parole, qualcuno dovrebbe prendersi la responsabilità ippocratica di tentare di salvarlo, che sia o non sia d’accordo. E’ per questo che il dibattito rimane aperto.

Sono molti i medici che si trovati, quindi, davanti a grande quesito etico durante la pandemia: come comportarsi nel caso in cui il paziente rifiuti le cure?

Una questione etica, delicata e complessa che la Commissione Deontologia e Bioetica dell’Ordine dei Medici di Udine, presieduta dal professor Gian Paolo Terravecchia, ha deciso di affrontare a seguito di un quesito posto da un camice bianco che ha vissuto questa drammatica situazione nei reparti di degenza ospedaliera in seguito al picco di ricoveri per Covid. Gran parte dei pazienti ricoverati già aveva rifiutato di sottoporsi alla vaccinazione e molti tra questi rifiutavano anche le cure proposte, comprese quelle salva vita, come il casco e i ventilatori. Un rifiuto che non era sostenuto da argomentazioni giudicate razionali dal curante. Il medico ha sottoposto alla Commissione alcune considerazioni. Innanzitutto, il paziente può arrivare all’attenzione del rianimatore già in fase di alterata capacità di comprensione, perché respira male e questo può creare uno stato di confusione. A questo punto il medico si trova a dover esercitare la propria competenza clinica in un contesto di stress, stanchezza fisica, scarsità di risorse, su persone che non ne riconoscono il valore né sul piano etico, né sul piano delle conoscenze scientifiche. Tuttavia il rianimatore deve prendere una decisione e anche se decide di seguire la legge, trova, però, alcune lacune. Da qui il quesito all’Ordine, chiedendo che si esprima sul tema, denunciando la solitudine dei medici coinvolti nella cura dei pazienti no vax, e formulando l’ipotesi che le DAT (Dichiarazioni anticipate di trattamento), applicate al Covid, possano risolvere il dilemma del medico.

“Abbiamo ricevuto questo quesito – spiega il Presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri della provincia di Udine – e abbiamo deciso di coinvolgere la Commissione che ci ha fornito un responso significativo”.

La Commissione si è espressa in maniera chiara, aprendo una riflessione a livello nazionale: “La Commissione ritiene che, per ragioni etiche, deontologiche e legali, il medico sia tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario e, in conseguenza di ciò, sia esente da responsabilità sia civili che penali. La Commissione non può che esprimere la propria solidarietà verso i medici che, con generosità e coraggio, hanno lavorato e stanno lavorando per la salute dei pazienti loro affidati e che talvolta devono vivere la fatica di un rapporto di cura stabilito per ruolo professionale, ma contestato irragionevolmente”.

Per quanto riguarda il tema delle DAT, la Commissione non ritiene che possano costituire una “via d’uscita” e questo per diversi motivi. Premesso che ogni persona maggiorenne può, attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, sono poche le persone che le utilizzano. In secondo luogo, sono nate per trattare patologie che hanno un percorso molto lungo. Da qui la Commissione ritiene che non si prestino come soluzione a una situazione di emergenza in cui può venire a trovarsi l’anestesista quando il quadro clinico del paziente affetto da Covid precipita improvvisamente.

“Si tratta di vuoti normativi che il legislatore dovrebbe colmare – conclude il Presidente – e la nostra Commissione ha svolto un importante e proficuo e lavoro, che spero possa aprire un dibattito a livello nazionale”.

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