23/02/2024

di Gianfranco Biondi

“Mi sono rivolta a tutti, dall’assessore regionale competente a chiunque fosse in grado di potermi dare una risposta al problema, ma non ci sono state risposte…totale silenzio oppure..il laconico ‘vedremo cosa si può fare’…alla fine la risposta nonché la risoluzione del problema me l’hanno fornita i veneti!!”. Sono queste le parole amare di una imprenditrice di Trieste, con un’azienda fortemente vocata all’export nel settore di sofisticate tecnologie per gli impianti siderurgici, molto attiva nel presentare e posizionare all’estero i prodotti che sono frutto dei risultati concreti di un agguerrito staff di ricerca interno all’azienda. Importante in numero e qualità almeno quanto lo è il dipartimento commerciale e di assistenza all’estero di questa azienda, ora costretto ad un fermo dovuto alle difficoltà di spostarsi oltre confine a causa delle misure anti Covid. L’amarezza dell’imprenditrice si concentra, in particolare, su una specifica situazione, che vede questa azienda impegnata in Austria per seguire tre impianti industriali. Come ben sappiano, gli austriaci non lasciano varcare le “ex” frontiere se non si è provvisti di una certificazione non più vecchia di 4 gorni che attesta di aver eseguito il tampone Covid, che ovviamente deve risultare negativo. Diversamente si è obbligati al periodo di quarantena, chiusi in qualche albergo o abitazione. Secondo la testimonianza di questa imprenditrice, la cui azienda rientra nei codici ATECO come autorizzata a proseguire l’attività seppur in smartworking o in condizioni di sicurezza, non è stato assolutamente possibile per lei stessa e per i collaboratori destinati a compiti all’estero, eseguire in Friuli Venezia Giulia i tamponi, sia in strutture pubbliche che private, neanche a pagamento.

” E’ perfettamente inutile che ci dicano che possiamo lavorare quando, poi, di fatto veniamo bloccati perché nessuno è in grado di farci il tampone”. Un problema non irrisolvibile, visto che una clinica privata veneta si è offerta di eseguire tamponi e certificazioni in un tempo non superiore alle 72 ore. “Una soluzione che – sottolinea l’imprenditrice – gli austriaci hanno accettato di buon grado. Una soluzione, tra l’altro, non convertibile nell’ipotesi di “detenere agli arresti domiciliari all’estero” il personale per esigenze di quarantena.

Perchè, allora, il Friuli Venezia Giulia, vicino di casa dell’Autria e partner economico importante, non riesce ad essere vicino ad una imprenditoce che contribuisce attivamente a questi rapporti economici, senza parlare di quello che rappresenta in modo più esteso anche dal punto di vista delle relazioni internazionali?

E’ forse politica la risposta? Se lo fosse ( ricordiamo la posizione dell’Austria sui coronabond) perché mettere in difficoltà i nostri imprenditori per far un dispetto agli austriaci? Oppure si tratta di mancata prontezza strutturale nel garantire assist agli italiani che lavorano e producono risorse alla regione e per il Paese? Quelle risorse che poi che vengono tradotte in servizi ed assistenza anche per quanti non producono valore ma, unicamente. costì sociali ,sia doverosi ( per esempio assistenza sociosanitaria) che atri meno ( per esempio pletore di dipendenti pubblici nullafacenti e dannosi politicanti da quattro soldi)?

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