16/05/2024

di Gianfranco Biondi.
Mi dissocio risolutamente da tutti quei colleghi che hanno preso la decisione di mandare in onda il video (tra l’altro sottoposto a segureto giudiziaro) delle telecamere di sicurezza che hanno registrato i momenti più tragici del massacro funiviario del Mottarone. Un giornalismo da vomito che parte dalla RAI e che noi siamo costretti a pagare in bolletta, poi ripreso da altre testate mainstreaming e diventanto virale sui social. Una vergogna indicibile che fa suonare alte le sirene dell’ipocrisia quando non si mandavano in onda le immagini delle orrorifiche decapitazioni dei terroristi islamici. Perchè allora non riproporle integralmente, perché non far vedere i morti sfracellati sulle strade sacrificando il buon senso sul “sacro” altare degli ascolti, dei followers? già i followers, i social e tutte le bassezze cancerose che si portano dietro. La categoria dei giornalisti di cui , in questo momento, mi disonoro di far parte, è sempre più costituita da incoscienti a cui viene data la possibilità di fare danni, alla faccia delle scuole di giornalismo e delle “Carte deontologiche” di cui, evidentemente, si fa carta straccia.; e tutto per gli ascolti, per i followers. con l’ipocrito avvertimento che certe immagini potrebbero essere forti, si rendono pubbliche immagini scioccanti di una funivia che si trasforma in una foglia al vento, con quel rinculo drammatico che ha preceduto l’agghiacciante corsa verso la morte di 14 persone innocenti. Tutto dato in pasto ai telespettatori per suscitare orrore e neanche pensando ai danni che subirà l’intero settore delle funivie. I responsabili della tragedia del Mottarone dovranno pagarla caramente e non solamente fare i conti con Dio, come avrebbe detto chi materiamente ha lasciato inseriti i cosidetti forchettoni. La società lo deve ai familiari delle vittime ed è sacrosanto documentare la vicenda giudiziaria, ma insistere sull’orrore visivo gratuito di quei momenti è da criminali. Certi responsabili dell’informazione meriterebbeo si sedere sul banco degli imputati insieme ai presunti colpevoli del disastro.
Mi sento di scrivere tutto ciò, pur avendo le mie colpe, di cui rimango rammaricato. Vengo dalla gavetta giornalistica, dall’era gloriosa e incoscente delle cosidette radio e televisioni libere e, giovane di belle speranze, affrontavo il giornalismo di petto, a mani nude, senza una particolare preparazione e senza particolari guide e così mi capitò di insistere con le riprese sulle povere spoglie di 5 militari che perirono il 12 ottobre 1979 nel disastroso scoppio di un camion pieno di munizioni nei cantieri Rovina di Tauriano, in Friuli. Immagini che trasmisi nel telegiornale di mezzogiorno di un’emittente locale. Con la finalità di captare più ascolti basati sull’orrore. Ottenni ovviamente ascolti ma anche una pioggia di critiche e subito mi pentii e capii che il giornalismo è azione responsabile. Oggi, che ci sono fior fiore di scuole giornalistiche, vengono ripetuti gli stessi errori… una tristezza immensa.

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