19/08/2022

Negli anni ’80 c’era ancora la guerra fredda tra le due superpotenze mondiali, USA e URSS. Con la corsa per raggiungere prima lo spazio, agli armamenti più potenti e alla produzione dell’energia, i confronti erano costanti, ma per fortuna non ci furono veri scontri. Tutto il mondo visse all’ombra della minaccia della guerra nucleare, da ciò il termine “guerra fredda”.

Mentre tutti i Paesi sotto l’egida di un’unica unione di Repubbliche Socialiste Sovietiche, vivevano malissimo il confronto con il resto dell’Europa e degli Stati Uniti d’America, ci fu una catastrofe. Il disastro avvenne il 26 aprile 1986 alle ore 1:23, presso la centrale nucleare, situata in Ucraina settentrionale, ma a sedici chilometri a sud del confine con la Bielorussia. Le cause furono indicate in gravi mancanze da parte del personale, sia tecnico sia dirigente, in problemi concernenti la struttura e alla progettazione dell’impianto stesso e nella sua errata gestione economica e amministrativa.

SI trattava di un test “di sicurezza” che portando a un brusco e incontrollato aumento della potenza (e quindi della temperatura) del nocciolo del reattore n. 4 della centrale: si determinò la scissione dell’acqua di refrigerazione in idrogeno e ossigeno a così elevate pressioni da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. Il contatto dell’idrogeno e della grafite incandescente delle barre di controllo con l’aria, innescò una fortissima esplosione.

Le conseguenze non furono mai univoche, ma in ogni caso le nubi radioattive raggiunsero anche l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l’Italia e il Friuli Venezia Giulia in particolare, ma anche la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e i Balcani, addirittura fino a porzioni della costa orientale del Nord America.

Non importa il numero preciso dei morti in seguito all’incidente o quanti altri morirono dopo enormi sofferenze negli anni successivi. Le conseguenze delle radiazioni sono state trasmesse anche ai figli e ai nipoti, sebbene non presentino più radioattività e non siano contagiosi, alcuni soffrono di malformazioni congenite. A questo possiamo aggiungere che dal punto di vista sociale la situazione in molte famiglie oggi è disastrata.

La Fondazione “Aiutiamoli a vivere” è presente in tutto il territorio nazionale e in Friuli Venezia Giulia ci sono quattro comitati. Nella bassa friulana è attiva l’associazione di Muzzana del Turgnano e San Giorgio di Nogaro, che ogni anno riesce ad accogliere alcuni bambini con particolari difficoltà provenienti dalla Bielorussia. Hanno iniziato diciannove anni fa e anche quest’anno consentiranno a un bel gruppo di bambini di venire a trascorrere alcuni giorni di vacanza nei comuni di Muzzana del Turgnano, San Giorgio di Nogaro, Marano Lagunare, Carlino e Castions delle Mura.

Allo scopo di condividere il loro impegno, anche dal punto di vista economico, l’associazione ha organizzato una cena spettacolo per sabato 23 marzo, nella sala polifunzionale, vicino alla chiesa, a Torviscosa. Un’occasione per stare insieme, cenare, divertirsi con Pasqualino Petris e la sua fisarmonica e le barzellette di Romeo Patatti e contribuire alla riuscita di questa iniziativa benefica a favore dei bambini provenienti dalla Bielorussia.

Naturalmente in occasione della festa di sabato sera saranno illustrate anche le modalità di accoglienza dei bambini della Bielorussia che ancora oggi vivono gli effetti del disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nel 1986. Oggi vivono le conseguenze legate alle malattie, ma anche problematiche psicologiche e sociali. Sabato 23 marzo, magari tra un piatto e l’altro, tra una barzelletta e un brano musicale, chissà se qualche altra famiglia vorrà rendersi disponibile per ospitare alcuni bambini durante l’estate 2019.

Marco Mascioli

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