25/05/2026

di Gianfranco Biondi

Che lo si voglia considerare un’azione ‘giustificata’ o ‘motivata’ rimane un reato, perseguibile d’ufficio o per querela, sia sul piano penale, con annotazione sulla fedina, che sul piano civile, con la sanzione amministrativa. E questo perché non è lecito esprimere il proprio dissenso sulla società o la propria creatività in luoghi alternativi, attraverso “opere” sui muri di edifici, specialmente se pubblici e di rilevanza storica, o su altri oggetti come cartellonistica stradale o automobili. Non si tratta solamente di preservare il decoro del patrimonio pubblico e privato secondo criteri estetici, che si possono anche non condividere, superare, mettere in discussione, ma di salvaguardare il principio fondamentale che attiene al rispetto per la proprietà privata, per i beni pubblici, per la storia di una comunità e per i simboli che si è scelto di preservare per rappresentarla. E di fronte a ciò non regge la giustificazione di trovarsi, spesso, di fronte, a vere e proprie opere d’arte come quelle della street art del celebre Banksy.

I cosiddetti graffittari vanno incontro a violazioni stabilite dal codice penale e a sanzioni amministrative, anche se nel 2016 è stata introdotta la depenalizzazione del reato di danneggiamento. Quindi carcere e multe per chi imbratta beni immobili o mezzi di trasporto, sia pubblici che privati. E non è necessaria una querela da parte del danneggiato ma si procede d’ufficio. È possibile, tuttavia, chiedere l’archiviazione del reato per tenuità del fatto. Se il Gip procede all’archiviazione, il reato resta comunque sulla fedina penale del colpevole che non è punito ma comunque obbligato a risarcire i danni.

Questa premessa era necessaria per porre sotto la giusta luce la gravità dell’ennesima “dimostrazione creativa in città” che ha imbrattato?, abbellito?, deturpato? i muri dello storico palazzo Antonini-Stringher, di proprietà della Fondazione Friuli, recuperato da anni di abbandono con un investimento di ben 6 milioni di euro interamente a carico della Fondazione stessa. Un palazzo che è una teca di vetro per la comunità, per le sue funzioni di luogo della cultura e della promozione sociale, compresa l’arte ovviamente, che trova la sua valorizzazione in un galleria permanente aperta al pubblico e in uno spazio espositivo per opere in rotazione. Spazi non sufficienti, a quanto pare, per soddisfare il bisogno di esprimersi della graffittara, che alle 3.39 del 25 ottobre ha scelto come tela il muro esterno del palazzo, sfidando le telecamere e neanche celandosi dietro l’anonimato della “non firma”, essendo presente una scritta in codice tag, un linguaggio stilizzato proprio dei graffitari, che consente di chiudere ulteriormente il cerchio attorno alla responsabile, già distintamente inquadrata dalle telecamere esterne della Fondazione.

“Questo atto è una mancanza di rispetto non tanto verso l’ente filantropico che rappresento, quanto nei confronti della storia di questa terra e della comunità che la abita – ha commentato il presidente della Fondazione Friuli, Bruno Malattia -. Dalle immagini è possibile vedere chiaramente l’azione della responsabile, il suo abbigliamento e ben nitidamente anche il volto. Attendiamo dall’autorità giudiziaria soltanto che si risalga al suo nome. Però, vogliamo concederle un’ultima opportunità: quella di presentarsi spontaneamente. Se lo farà rapidamente, potremmo mitigare la nostra posizione”.

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