Di Marco Mascioli
Una giornata tosta, da tutti i punti di vista, ma importante e utile. Non una gita al mare, anche se eravamo nell’incantevole insenatura di Portopiccolo. Dalla colazione all’aperitivo serale, una giornata full immersion con tavole rotonde, convegni, conferenze e riunioni, per condividere le conoscenze relative al mondo del lavoro da parte di tecnici, avvocati, responsabili della sicurezza, consulenti, imprenditori, sindacalisti, responsabili delle risorse umane e altri professionisti.
Lo scopo principale, enunciato anche dal titolo dell’evento “Sfide” era fare il punto della situazione post pandemia, considerando le nuove normative in vigore, i cambiamenti permanenti e le opportunità offerte sotto forma di contributi e P.N.R.R..
Gli argomenti trattati sono stati tanti e tra questi uno che, seppur vetusto, rimane sempre d’attualità, ma con poche risposte concrete: le lavoratrici donne a tutti i livelli.
La verità è sotto gli occhi di tutti, viviamo in un Paese dove tra la teoria e la realtà ci sono notevoli differenze che anche la statistica conferma. Nel mondo ci sono quasi lo stesso numero di donne e uomini, però il tasso occupazionale delle donne è del 18 percento più basso di quello degli uomini, il lavoro part time riguarda il 73,2% le donne ma nel 60,4% dei casi è involontario. I redditi complessivi delle donne sono in media del 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini.
In Italia il problema è il punto di partenza. Fino agli anni sessanta vigevano leggi incredibili ai giorni nostri. Allo scopo di regolamentare la materia psichiatrica, nel 1904 l’allora ministro dell’Interno Giovanni Giolitti, promulgò una legge organica secondo cui «l’ammissione degli alienati nei manicomi deve essere chiesta dai parenti, dai tutori o protutori».
In una società patriarcale, questa spalancò le porte di manicomi a migliaia di donne la cui condotta di vita non si conformava al modello di moglie-madre-massaia. Venivano rinchiuse donne, soprattutto se accusate di pubblico scandalo.
Questi manicomi servivano a zittire ed eliminare le donne, utilizzando come motivazione legittima la pazzia, che da sempre per l’uomo è caratteristica tipica del sesso femminile. Nel ventennio, le donne che rifiutavano la visione fascista di mogli, madri e donne di casa, erano considerate ribelli e di conseguenza pazze, deliranti. Erano internate per quelle che erano definite “anomalie della femminilità”. L’esuberanza, l’aspetto fisico, il rifiuto dei doveri coniugali, l’immoralità, la disobbedienza all’autorità familiare, il desiderio di indipendenza.
Tra le “diagnosi” che potevano condurre le donne al ricovero forzato in manicomio c’erano: loquace, instabile, incoerente, stravagante, capricciosa, eccitata, insolente, indocile, bugiarda, impertinente, cattiva, prepotente, rossa in viso, esibizionista, menzognera, dedita all’ozio, civettuola e molte altre che, come detto, potevano essere diagnosticate direttamente dai mariti o dai parenti (padri, zii e tutori) affinché venissero internate donne che dovettero subire atrocità inaudite. Oggi sembrano barzellette, ma la realtà era tremenda.
Quando diciamo che dagli anni ’60 sono stati fatti enormi passi avanti per le donne Italia, effettivamente dovremmo ricordare da dove siamo partiti. Le donne da sempre considerano il lavoro un’attività fondamentale perché essenziale per l’identità personale, garanzia d’indipendenza e riconoscimento sociale.
Le discriminazioni da parte delle aziende sono dovute principalmente alla maternità delle donne e alla loro maggior dedizione nella cura della famiglia. Le donne infatti, si trovano ad affrontare una molteplicità di compiti che complicano particolarmente l’accesso o lo sviluppo delle opportunità lavorative.
Al giorno d’oggi, come per tanti aspetti della vita, ci sono differenze notevoli tra il nord e il sud del Paese. Innegabile che la situazione da noi sia migliore, eppure anche il Friuli Venezia Giulia presenta statistiche che sono ben lontano dalla parità di genere, a dimostrazione che l’ignoranza di molti uomini non consente loro di vedere e pensare all’essere umano, ai lavoratori, ai dirigenti, senza preoccuparsi del sesso di appartenenza.
La cultura, la formazione, la scuola, potrebbero rappresentare l’unica soluzione, la speranza da riporre nelle generazioni che in futuro dovranno gestire il mondo del lavoro, quando certi anziani non ci saranno più, sia uomini, sia donne. Ancor oggi spesso fa sorridere sentire professioniste esigere di essere appellate al femminile (ingegnera, sindaca, chirurga etc), in quanto in italiano non sono esistite fino a pochi anni fa. Il linguaggio è uno strumento indispensabile per attuare questo processo, quindi, non si comprende perché tanta resistenza a usarlo in modo più rispettoso e funzionale a valorizzare la soggettività femminile, giacché, a differenza delle lingue anglosassoni, noi abbiamo la distinzione tra i sessi.
Nel 2022 ancor più ci dovremmo vergognare per l’innominabile imprenditrice che dichiara di non assumere donne sotto i 40 anni, per non rischiare che si assentino a causa dei figli piccoli. Questo dovrebbe essere esaustivo per comprendere il significato di “questione culturale”. Siamo ancora legati a ideologie vetuste, non solo gli uomini, bensì anche le donne e questo fa capire quanta strada dobbiamo ancora percorrere, anzi asfaltare, per diffondere la cultura dell’essere umano, la parità di genere e la conquista della meritocrazia a prescindere dal sesso.
Oltre a molti altri argomenti interessanti legati al mondo del lavoro, alla presenza di autorevoli professionisti, sono stati trattati nella giornata intitolata Sfide, il simposio organizzato dallo studio MC per imprese e lavoratori a Portopiccolo di Sistiana. Sul lavoro delle donne è stato dedicato uno specifico Workshop e in quell’occasione, oltre alle avvocatesse, imprenditrici, sindacaliste e consulenti del lavoro, c’era anche la consigliera regionale del Friuli Venezia Giulia con delega alle pari opportunità, avvocatessa Anna Limpido, che ha illustrato in particolare la situazione nella nostra regione.











