10/06/2024

Il nostro Paese spende per scuola e università poco più dell’8% a fronte del 9,9% medio registrato nell’Unione europea (comunque sono tanti soldi). Per esempio la Germania il 9,3%, la Francia è al 9,6%, la Svezia il 14%. Rispetto al Pil, quella italiana è la spesa più contenuta: 4% contro la media europea del 4,7%. Nei settori scolastici, più di noi spendono anche paesi come Giappone, Stati Uniti, Canada e Brasile e se è vero che la spesa di uno Stato aumenta al crescere dell’istruzione, è altrettanto evidente che in Europa siamo davanti solo alla Romania in numero di laureati, rapportati all’intera popolazione. 

Il rapporto di Unimpresa «I giovani e l’istruzione: la spesa pubblica in Italia e i divari da colmare» fotografa un quadro impietoso per il nostro Paese. Un divario che potrebbe essere colmato con il Piano nazionale di ripresa e resilienza: sui 191,5 miliardi assegnati col Pnrr dall’Unione al nostro Paese, infatti, il 16%, pari a 30,6 miliardi, sono destinati a istruzione e ricerca.  

Pur dovendo investire sull’istruzione secondaria professionale e tecnica, il nostro Paese deve colmare il divario del numero degli studenti universitari: in Europa, sono complessivamente 17,5 milioni, con la Germania che vanta un 17,9% di laureati, seguita dalla Francia (15%) e Spagna (11,7%); l’Italia si contende gli ultimissimi posti nella classifica europea, con percentuale del 10,8%. Solo il 17% della nostra popolazione, peraltro, raggiunge un titolo d’istruzione universitario, contro il 33% della Francia e il 40,1% del Regno Unito. 

Permangono comunque le notevoli differenze tra nord e sud, sia dal punto di vista della qualità dell’istruzione, sia per la condizione media delle strutture, sia per l’abbandono anticipato, anche se solo per appartenere alla categoria dei NEET (not in education employment or training – non studiano, disoccupati e nemmeno in formazione). I tassi di abbandono variano in misura considerevole, passando dal 16,7% medio nel Sud al 9,6% nell’ area del Nord-Est. Tra le singole regioni meridionali spiccano la Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Sardegna dove il tasso di abbandono scolastico supera il 15%, mentre in Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Marche e Umbria oltre il 90% della popolazione decide di proseguire gli studi, mentre il primato assoluto è vinto dagli studenti della Provincia di Trento per i quali solo una percentuale inferiore al 7,5% decide di non proseguire gli studi. 

Del resto non sempre migliorano le cose dopo aver conseguito la laurea. Ogni anno circa 30.000 laureati hanno difficoltà nel passaggio dal mondo dell’istruzione a quello del lavoro: ciò provoca non solo una fuga all’estero, ma anche un buco di oltre 3,5 miliardi annuo allo Stato italiano. Per ogni cervello in fuga, il sistema italiano perde complessivamente circa 138.000 euro di quanto speso nella formazione. A chiudere il cerchio del buco nero dell’istruzione italiana ci pensano i dati preoccupanti della “disaffezione” allo studio. 

Non c’è governo al Mondo che non abbia a cuore la cultura dei cittadini. Eppure, il settore scolastico, in Italia, è come un buco nero: assorbe risorse, poche, che sono investite male poiché molte di esse vanno perdute. A raccontarcelo sono i dati pubblici dell’Unione europea che fotografano la nostra nazione come uno Stato lontano dagli standard europei e indifeso di fronte alla fuga dei cervelli oltreconfine. 

Se è vero che l’Italia vanta un sistema d’istruzione che, per qualità e professionalità, fa scuola ovunque, il nostro Paese è anche quello che investe meno nell’educazione dei cittadini e le ultime statistiche disponibili dimostrano che dalla storia, i diversi governi che si sono succeduti, non hanno imparato molto né tantomeno hanno provato a spostare la traiettoria degli investimenti pubblici verso il sistema scolastico.

Dalla primaria a quella universitaria, l’Italia non ha mai vantato un buon primato nel panorama dell’Unione europea sin dagli anni ’70 e la spesa pubblica per l’istruzione rimane tutt’oggi tra le più basse, sia in rapporto alla spesa pubblica totale che in proporzione alla ricchezza locale. Era il 2000 quando l’Italia destinava il 10% di spesa pubblica al sistema educativo nazionale ed è il 2019 che la stessa percentuale arriva scarsamente a un 8%, a fronte del dato medio europeo del 9,9%. Se poi confrontassimo gli investimenti in rapporto al pil, anche questo indicatore confermerebbero la scarsa attenzione del sistema Italia alla crescita culturale del paese.

L’istruzione, subito dopo la sanità, costituisce la parte più rilevante della spesa pubblica per molti stati europei, con percentuali sul totale che variano dal 15,8% dell’Estonia, passando al 14 % della Svezia fino ad arrivare all’ultimo posto con l’8,2% dell’Italia, quasi a pari merito con la Grecia. 

Se l’Italia è bocciata in istruzione terziaria, il quadro si fa ancora meno roseo se si guardasse alla percentuale di giovani con titoli universitari o post-diploma dove gli studenti della penisola si contendono quasi un ultimo posto, davanti solo alla Romania. Mentre la Gran Bretagna, la Spagna e la Francia anche per il 2018 registravano un’ulteriore aumento nella quota di giovani laureati, superiore anche alla media dell’Unione europea, il nostro Paese resta in una posizione davvero isolata. Analogo discorso per le prospettive di lavoro di quegli studenti italiani che, nonostante il più alto livello d’istruzione fanno fatica a rimanere ancorati al Belpaese. Mentre in Europa il 76% dei giovani laureati trova lavoro in poco più di 1 anno, i numeri chiave dei ritorni occupazionali in Italia raccontano che la percentuale di giovani in cerca d’occupazione all’estero continua a crescere e anche a pesare sul bilancio statale. Nel 2019, per circa 30mila studenti con il titolo di laurea le difficoltà legate al passaggio dal mondo dell’istruzione a quello del lavoro ha provocato non solo una fuga all’estero, ma anche un buco di oltre 3,5 miliardi annuo allo Stato italiano. Per ogni cervello in fuga, il sistema italiano ha perso complessivamente circa 138 mila euro di quanto speso nella formazione. Tra i diversi settori dall’istruzione quello della scuola primaria ha assorbito risorse per circa 55.500 euro, seguita dalla scuola terziaria, comprendente università e post-diploma, che insieme alla primaria ha totalizzato 83.000 euro di spesa. 

Questi argomenti saranno trattati a Udine e Gorizia nel 2° seminario sull’emigrazione dei giovani corregionali – La nuova emigrazione promuove il Friuli Venezia Giulia. Tavole rotonde venerdì 17 febbraio 2023 presso la Torre di Santa Maria accanto alla sede di Confindustria in Largo Carlo Melzi, 2 – Udine dalle 16, sabato 18 nell’aula Pasolini di Palazzo di Toppo Wassermann – Università di Udine, via Gemona, 92 sempre a Udine dalle 9.30, mentre nel pomeriggio sarà in Sala Dora Bassi, sede staccata del Municipio in Via G. Garibaldi, 7 a Gorizia. 

Moderatore sarà il manager e docente Marino Firmani col quale abbiamo considerato la situazione attuale e le prospettive future.

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