16/01/2018

Un grido disperato da un piccolo comune del Medio Friuli. Lestizza conta meno di quattromila residenti e oltre cinquemila mucche. Naturale che qualsiasi grido d’allarme sociale passi in silenzio senza attirare l’attenzione di nessuno. Ma sappiamo che tutta la regione Friuli Venezia Giulia è composta principalmente da piccoli paesi.

Geremia Gomboso, sindaco di Lestizza, lunedì 20 febbraio ha pensato di mandare un messaggio di posta elettronica indirizzato a tutti i suoi colleghi, primi cittadini di luoghi grandi e piccoli e non si aspettava una risposta simile. Erano oltre quaranta, il giorno dopo, a trovarsi per unirsi al suo grido. La situazione è tragica. I conti non tornano, il personale non c’è, i servizi non si riesce ad erogarli.

ernIMG_0144Questo il risultato delle recenti rivoluzioni gestionali Regionali con la scomparsa delle province o quantomeno con la rimozione delle competenze. Dopo il blocco delle assunzioni degli ultimi tre anni, la riduzione dei trasferimenti economici ai territori, l’accentramento di tutte le competenze alla Regione, molti sono i sindaci che si sono detti al collasso.

Alcuni non sono potuti intervenire martedì 21 febbraio a Lestizza, ma hanno aderito all’iniziativa facendo salire il numero complessivo a sessanta. Non si tratta più di un caso singolo, per il quale potremmo accusare il primo cittadino di cattiva gestione e propensione al lamento. Se il problema è condiviso in tutta la regione, forse bisognerebbe considerare la possibilità che le norme con le quali si sta attuando questa nuova forma di gestione del territorio, con diciotto UTI e senza le province, pur di dimostrare che garantisce un risparmio, sta portando tutti i Comuni al fallimento.

Ne rimettono i cittadini, quelli che fino a ieri lamentavano sprechi all’interno delle case comunali, con eccessi di personale e scarsa economia di materiali, oggi sono consci della necessità di ripristinare l’autonomia dei primi cittadini, senza i quali manca l’unico vero riferimento (eletto) sul territorio.

Dopo la cessazione delle competenze, quindi dei riferimenti a livello provinciale, sebbene tutti consci che i costi dell’apparato Regionale non sono stati ritoccati e rimangono da sempre il problema maggiore, mentre viene meno l’erogazione dei servizi ai cittadini attraverso l’unico interlocutore: il comune.

Se la legge 26 del dicembre 2014, con la quale sono state istituite le diciotto UTI, ha subito una serie infinita di modifiche nel corso di due anni, con spostamenti e rivisitazioni dei comuni componenti i vari raggruppamenti, forse è indice di una norma fatta con fretta, senza un progetto chiaro e soprattutto utile. Se pensiamo che inizialmente si sono dovuti rivolgere al Tar del Friuli Venezia Giulia che ha accolto il ricorso presentato dai Comuni contro la delibera della Giunta regionale che prevedeva, nell’ambito del procedimento per la costituzione delle Uti, il potere sostitutivo in caso di mancata approvazione delle proposte di atto costitutivo e dello Statuto da parte della conferenza dei sindaci. L’importante è innovare, cambiare qualcosa a qualsiasi costo?

Contrariamente a quello che pensano molti, le province non sono ancora state abolite. In realtà, la legge 56 del 2014, approvata su proposta del ministro Delrio, le ha trasformate in enti di secondo livello, ovverosia ha sottratto ai cittadini la possibilità di eleggere gli organi che le amministrano. Con la riforma costituzionale, voluta dal governo Renzi, avrebbero voluto la definitiva soppressione, modificando l’articolo 114 della Carta fondamentale. Il risultato del referendum di dicembre lo conosciamo tutti, ma la governatrice Serracchiani, ha la sua spada in pugno essendo presidente di una Regione Autonoma a statuto speciale. Quindi in FVG le amministrazioni provinciali non saranno più elette dai cittadini, ma probabilmente dovranno rimanere come previsto dalla costituzione, affiancate però da diciotto UTI con dirigenti e dipendenti allo scopo di sprecare i nostri soldi senza nessun giovamento. Speriamo non abbiano intenzione di mettere di nuovo mano nei Comuni “ribelli”, quelli che non si vogliono fondere con altri e nemmeno partecipare alle UTI, perché tra poco dovremo andare tutti a Trieste anche per un certificato o un’autentica di una firma. In questo modo però risparmieremmo tutti i costi per i municipi, come sempre a discapito dei contribuenti.

Mal comune, mezzo gaudio, potrebbe dire Geremia Gomboso, dato che se i problemi scaricati sulle spalle dei sindaci rimangono e si amplificano col tempo, c’è la speranza che non essendo da solo a gridare contro l’amministrazione Regionale, forse si renderanno conto che sessanta sindaci meritano di essere ascoltati.

Marco Mascioli

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