03/08/2020

Volentieri ospitiamo una riflessione di Serenella Ferrari sul ruolo e importanza degli animali in un momento drammatico della storia dell’uomo come fu la Grande Guerra, prendendo spunto da un libro sull’argomento che ella stessa ha scritto assieme a Susanne E.L. Probst. Ieri come oggi, al tempo del Coronavirus, gli animali continuano a fare la loro parte, sempre sommessamente schierati con chi li ama, sempre fedeli anche a chi sui social li prende scherzosamente in giro (ingrati) per essere diventati un passpartout per uscire dall’isolamento, sia nel senso psicologico che fisico.

GFB

di

Serenella Ferrari

Qualche anno fa ho scritto un libro assieme a Susanne E.L. Probst sul ruolo degli animali nella Grande Guerra; ci andarono non certo per scelta ciononostante si ritagliarono un posto importante sebbene i libri di scuola non ne parlino e la maggior parte delle persone non lo sappiano. Molti,

infatti, non sanno quanti animali abbiano partecipato e siano morti nel conflitto e quanti di loro divennero addirittura degli eroi: cavalli, muli, buoi, cani, gatti e piccioni, animali da cibo, da lavoro, da supporto ma anche da affezione.

Sono sempre stata convinta che una Storia che non attesti e riconosca il ruolo degli animali e il loro utilizzo nelle tattiche belliche sia una Storia incompleta, perché di fatto anche loro furono dei soldati a tutti gli effetti.

Testimoni della loro presenza sono i soldati, con le loro lettere e i diari dal fronte, e i fotografi di guerra così come i reduci, alcuni dei quali, per guarire dai traumi del conflitto, tradussero il loro dolore in romanzi autobiografici.

Quanti animali furono mobilitati nella prima guerra mondiale? Oltre 16 milioni: 11 milioni di equini, 100.000 cani, 200.000 piccioni per trasportare armi e munizioni, per liberare le trincee dai ratti, per ritrovare o soccorrere i feriti, per portare comunicazioni da e per il fronte. Tutti, però,

ebbero un incarico ancora più importante, quello di aiutare i soldati a sopravvivere nell’inferno bellico diventando per loro amici da proteggere, custodi e fedeli servitori. Si creò una sorta di moderna pet therapy per dare ai soldati momenti di affetto e la sensazione di un temporaneo ritorno alla normalità contro le dure costrizioni psicologiche a cui erano sottoposti, occasioni alquanto rare in una società militare fortemente gerarchizzata. La separazione dagli affetti famigliari, dalle proprie case e dalla quotidianità, sicuramente incentivava e rimarcava i sentimenti di amicizia e amore per la vita in tutte le sue forme, che in quella situazione erano totalmente negati.

Fra uomo e animale si instaurò così un rapporto di reciproca dipendenza che in mezzo a tante atrocità riusciva a far respirare attimi di distensione. Giuseppe Ungaretti, arruolato nel 19° reggimento fanteria in una lettera scrive di una gazza salvata da un attacco con i gas “ora ci salta sulle spalle, ci fa le feste (…) ci benedice cogli occhi incantati quanto torniamo. C’è più umanità in questa gazza che in tantissimi uomini”.

Gli animali furono a fianco dei soldati nelle trincee, fosse infernali scavate nel terreno dove gli uomini dovevano vivere per settimane, mesi, in mezzo alla sporcizia, alle pulci e pidocchi, accanto ai compagni morti, al freddo e sotto la pioggia battente, senza potersi muovere, privati della loro libertà.

Oggi siamo nuovamente in trincea, come poco più di un secolo fa. Il nemico è invisibile come il fosgene e l’yprite, i gas nocivi usati per la prima volta all’epoca contro i nemici. Ora, al posto dei gas, imperversa un virus micidiale che ci costringe a rifugiarci nelle nostre case con guanti e mascherine; anche qui una guerra di posizione e di attesa, l’attesa che il nemico inavvertibile si ritiri. E accanto a noi ci sono, ancora una volta, gli animali; per molti sono gli unici amici in questa solitudine forzata, che ci fa sentire sempre più soli ma anche solidali. Molte persone, più o meno

giovani, senza parenti o con le famiglie lontane, in questo momento si stanno aggrappando al loro animale da compagnia: cani, gatti, uccellini, pesci rossi, non importa la razza o la dimensione, ci stanno aiutando a superare uno shock senza precedenti con il loro amore incondizionato. Sono al nostro fianco nella trincea che abbiamo dovuto scavare per colpa del coronavirus che, come cent’anni fa, ha scardinato i rapporti sociali, ha separato famiglie e gli affetti, mettendo a dura prova gli uomini di tutto il pianeta.

Stiamo combattendo una guerra e la stiamo affrontando assieme ai nostri pet e quando li abbracciamo o ci curiamo di loro, ci fanno sentire migliori ma soprattutto amati. Mi ha commosso il post di una signora lombarda comparso recentemente su Facebook, che mostrava la foto delle sue due gatte accucciate sul tavolo della cucina: “non posso muovermi da casa, sono sola e se non avessi loro due non so cosa avrei fatto”.

Penso ai soldati morti nella Grande Guerra, penso ai milioni di animali sacrificati assieme a loro e guardo con occhi diversi le mie bestiole, ringraziandole di essere qui con me. Amici fedeli oggi e per sempre.

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