23/07/2019

Venuta a galla la presunta maxi truffa dei diamanti da investimento, con un sequestro preventivo da parte della Guardia di Finanza di ben 700 milioni di euro a carico di società e istituti di credito coinvolti, la capogruppo di Federpreziosi confcommercio di Udine, Cristina Antonutti, in una nota, sottolinea che “l’avevamo detto”.

«Anche noi gioiellieri friulani avevamo fatto a suo tempo denuncia – ricorda Antonutti – nel contesto di una Federpreziosi da sempre attenta alla problematica, come ha evidenziato in particolare il convegno “Trasparente come un diamante”. In quella sede il presidente Giuseppe Aquilino disse a chiare lettere che “quello dei diamanti è un business” e aveva pure aggiunto che “l’idea che più spesso passa attraverso i canali dell’informazione è che un funzionario di banca o di una società intermediatrice sia più attendibile di un gioielliere, anche se è quello di fiducia”. Alla luce dei fatti, conclude Antonutti, «è auspicabile che gli avvenimenti che hanno portato al sequestro di un ingente quantitativo di beni e i reati ipotizzati di truffa aggravata e autoriciclaggio portino a fare definitiva chiarezza nell’interesse di clienti e operatori».

Come oramai riportato ampiamente dai media nazionali, l’ingente sequestro preventivo è scattato a seguito dell’incheista condotta dalla procura di Milano per i reati di truffa aggravata e autoriciclaggio sulla vendita di diamanti attraverso i canali bancari a prezzi superiori rispetto al loro valore. Nell’inchiesta sono indagate una settantina di persone: le società coinvolte sono la Intermarket Diamond Business di Milano (IDB, fallita) e la Diamond Private Investment di Roma (DPI); le banche coinvolte sono il Banco Bpm, Banca Aletti, UniCredit, Intesa San Paolo e Monte dei Paschi.

Gli impiegati bancari si sarebbero fatti promotori attivi della vendita di diamanti presso i clienti in cambio di benefit da parte delle società venditrici di diamanti, a prezzi che la procura rietiene più alti rispetto al mercato. I diamanti venivano presentati come “bene rifugio”, pagati dal cliente ad un presso superiore del 30-50 per cento rispetto a quello di mercato.

A ciò si aggiungevano commissioni per la banca, coperture assicurative, i costi per la certificazione e una percentuale per la rivendita. Che , in realtà, non era un obbligo ma solamente un impegno a rivendere. i listini prezzi dei diamanti

pubblicati a pagamento bsu giornali economici non corrispondevano alle quotazioni indicative dei listini internazionali Rapaport e Idex.

L’inchiesta penale è nata due anni fa, dopo che l’Antitrust aveva multato le due società venditrici e le cinque banche per oltre 15 milioni di euro. Della vicensa si era già occupata nel 2016 la trasmissione Report

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