24/04/2018

A volte si rimane basiti nel vedere come la stampa italiana mainstream, Tv comprese, scoprano problemi che sono palesi da anni e che, paradosso, qualche volta loro stessi hanno analizzato in pagine specialistiche o servizi televisivi, insomma non leggono o guardano neppure se stessi.

Ovviamente questo aspetto è frutto di una organizzazione interna deficitaria, ma resta il problema che fatti assolutamente chiari da tempo, vengano venduti come scoop, ingenerando tardivamente nell’opinione pubblica allarme senza per altro spiegare fino i fondo i fenomeni. L’ultimo caso di questo modo “moderno” di fare informazione è quello che riguarda Facebook e la privacy ed il modo con cui l’argomento è stato trattato.

Problemi di qualità giornalistica di una stampa che nella sua generalità, con qualche lodevole eccezione, vuole bruciare le notizie e che non si ferma a ragionare e soprattutto a far ragionare lettori e telespettatori, limitandosi a buttare nella bagarre di un giorno o due, più o meno probabili esperti che con il lor parlar difficile sembrano sapere tutto e soprattutto non fanno capire nulla o quasi.

Non ho capito nulla… ma si vede che è bravo! Così anche per problemi complessi alla fine vince la logica dei 140 caratteri ed il messaggio che arriva è solo quello generico, la scoperta dell’acqua calda, cioè che se decidi di navigare nel tempestoso mare meraviglioso di internet e dei social network in particolare devi essere consapevole di essere tracciato e profilato.

Una consapevolezza della quale probabilmente i fruitori di internet sono parzialmente consci, magari per semplice deduzione, quando a seguito di una qualsiasi richiesta di informazione su un prodotto si vedono invadere le proprie letture di pubblicità mirata. Voglio sapere come si pulisce una caldaia, cerco su internet, ma poi ecco materializzarsi in ogni angolo delle pagine che visito decine di offerte di caldaie. I più attenti poi possono notare come l’offerta non sia “democratica” ma relativa ad una, al massimo due, marche non necessariamente le migliori o le più convenienti ma certamente quelle “preferite” dai gestori di social e motori di ricerca.

Quello che invece sfugge alla maggioranza dei fruitori di internet è come invece il nostro profilo può essere utilizzato per veicolarci non solo offerte commerciali ma ben altro. Insomma alla fine non c’è piena consapevolezza che tutto quello che fai, che dici, che condividi, le ricerche che svolgi su Google, quello che scarichi, tutti i like che metti, i commenti che fai e perfino gli articoli che leggi, insomma, tutto il tuo navigar digitale è attentamente scandagliato, analizzato, interpretato e sintetizzato con lo scopo di essere “venduto” ad aziende che ci fanno un po’ quello che gli pare e non necessariamente offrirci caldaie o televisori attraverso la cosiddetta pubblicità altamente profilata basandosi su quelli che – secondo le loro algoritmiche analisi – sono i tuoi gusti.

Il problema è che a questa offerta, che quantomeno è palese, si affianca quella che tende a convincerti a fare qualcosa o a pensare in un certo modo. E’ questo il vaso di Pandora “scoperto” oggi e che le autorità, iniziando da Usa e Gran Bretagna, passando anche per gli altri Paesi più o meno digitalizzati. Una ipocrita scoperta dell’acqua calda che arriva dopo aver consentito, girando lo sguardo dall’altra parte, che tutto avvenisse semplicemente spacciando per tutele degli utenti le risibili ed “obbligatorie” accettazioni di invasione della privacy.

Parliamo delle stesse norme che ci fanno firmare praticamente tutto se solo ci muoviamo nel mondo. Dalle banche alle assicurazioni, dall’avocato all’asilo di tuo figlio, una proliferazione di autorizzazioni senza le quali rischieresti di non poter fare neppure la spesa. Ecco tutto questo si è trasferito su internet sotto forma di una spunta in una casella. Così quando scarichiamo un’app, compriamo qualcosa in e-commerce, o usiamo il tasto connettiti con Facebook ecc ecc, siamo costretti ad autorizzare l’uso dei nostri dati, ma quanti hanno effettivamente letto l’informativa sulla privacy?

Quella lunga relazione che nel modo analogico è scritta in appropriato giuridichese, con caratteri piccoli piccoli, e che su internet addirittura per approvarla non serve neppure entrare in pagina, basta dichiarare di averla letta, con un secondo piccolo spunto in casella e poi il tasto “accetto”. Chi ha provato a non autorizzare anche solo in parte le autorizzazioni richieste, scopre che il sevizio diventa indisponibile, mentre è chiaro leggendo con attenzione quanto ci invitano a firmare o “spuntare” che autorizziamo le aziende fisiche o virtuali ad accedere a numerose informazioni che ci riguardano, in qualche caso perfino alla rubrica telefonica, ai messaggi, foto e video archiviati sul cellulare o sugli applicativi automatici che sono stati creati apposta come “irrinunciabile servizio” che “transla” i dati dallo smartphone al Pc e viceversa facendo per di più passare l’operazione come un favore gratuito a sua volta già autorizzato da te non appena accendi il telefonino nuovo e attivi il sistema operativo sia esso “Android” o Ios. Si è insomma creata una sorta di associazione, per alcuni a delinquere, nella quale gli sviluppatori fanno in modo che se non ti sta bene la loro privacy policy non puoi fare praticamente nulla di digitale.

Certo ci si potrebbe astenere dal navigare in internet ed usare invece dello smartphone un arcaico telefonino senza accesso dati, ma ovviamente nel 99,99% degli utenti prevale il “vabbè, tanto non ho nulla da nascondere” senza comprendere che la questione non è cosa nascondi e cosa no, ma che fine fanno i tuoi dati e se sei consapevole di essere considerato – dai ricconi big della rete – alla stregua di un numero complesso, di prodotto che si analizza, si vende e poi in malefico ritorno si usa per farti comprare roba spesso inutile o farti maturare una convinzione attraverso se non un lavaggio del cervello, una martellante opera di convincimento.

Del resto il meccanismo è semplice e nasce dal mondo della pubblicità. Gli operatori lo sanno perfettamente che un concetto, ripetuto più volte, anche se falso, alla fine diventa vero. Vale per il materasso più comodo che c’è, ma anche per politiche economiche e sociali. Del resto il meccanismo è semplice, la ripetitività è sempre stata, nella storia dell’umanità, la base per memorizzare e, di conseguenza, interiorizzare certi concetti.

Detto in altri termini, se per mesi ti ritrovi sempre sulla tua timeline di Facebook, nelle notizie “offerte” dagli aggregatori o in determinati giornali la cui lettura è “offerta” come interessante per il tuo profilo, notizie come quella che gli immigrati si beccano 35 euro al giorno ripetute nel tam tam mediatico alla fine ti convincono che sono vere e, a livello inconscio, inizierai a maturare fastidio, se non proprio odio, nei loro confronti. Questo meccanismo avviene indipendentemente se le notizie siano vere o false, ma è chiaro che le fake-news scritte veicolate con slogan, titoli immagini e video sensazionalistici, arrivano prima all’obiettivo.

Il problema è che l’arma in mano ai big del digitale e che ancora a molti sfugge, è che i social e perfino i motori di ricerca, per alcuni versi perfino più pericolosi, in realtà seguono sempre le stesse dinamiche dei media tradizionali, pur in un contesto e con una meccanica diversi ma immensamente più invasiva ed efficace. Basta pagare o muovere le leve giuste e per miracolo il falso diventa vero e magari un partito nasce dal web.

Anche a noi sembra di scoprire l’acqua calda ma è bene ricordare come i fenomeni descritti non sono certo roba da 007. Partiamo dagli anni’ 30 del secolo scorso, e guardiamo come la radio ha influenzato la gente in quegli anni. Famoso è l’esperimento di Orson Welles che convinse milioni di americani che era in corso un’invasione aliena e la TV dagli anni ’60 fino ad oggi (basta vedere com’è nato il berlusconismo).

Oggi sono soprattutti i padroni in internet ad influenzare, magari conto terzi, la gente, ma in questo caso illudendola di avere il controllo perchè il web è attivo ed è falsamente democratico. Perché se è vero che i media tradizionali trasmettono messaggi massificati e gli utenti li recepiscono passivamente, è anche vero che sulla rete gli utenti sono certo attivi e credono di avere il controllo di ciò che fanno, ma non avendo neppure chiaro come funziona il meccanismo e dove e come vengono utilizzati i contenuti che pubblicano, i siti che visitano o le ricerche che fanno, il sistema diventa davvero diabolico.

A questo punto, a meno di non fare la scelta di disconnettersi totalmente dalle tecnologie, non resta che averne consapevolezza, essere consapevoli che tutto ciò che facciamo in rete ci sarà restituito sotto forma di inserzione o di contenuto profilato ma che è la rete stessa, se usata consapevolmente, a fornirci gli anticorpi per resistere alle influenze. Perché la rete non va confusa con chi la abita. La rete di per se è neutra, è chi ci vive che può corromperla o progredirla. E se noi siamo sfruttabili in massa, in massa abbiamo il potere di gestirla. Basta esserne davvero consapevoli. Ma non “attapiratevi” troppo se avete anche poi come i governi scoperto l’acqua calda, pensate che ancora oggi gli investitori pubblicitari si fidano di Google Analytics per monitorare gli accessi ai siti internet, che è come lasciare la chiave della propria armeria al nemico…

Fabio Folisi

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