12/12/2018

Mentre in Italia si sta facendo davvero poco per migliorare la situazione che in alcuni nosocomi fa pensare più al terzo mondo che all’Europa. Una campagna pubblicitaria sul Fertility day, promossa dal ministero della Salute che sta suscitando tensione e irritazione, rappresentando un’Italia come Paese a crescita zero. Tenuto conto che i maggiori economisti mondiali legano la ripresa dei consumi e l’aumento di PIL a un aumento degli indicatori demografici, il problema è che le famiglie italiane davanti alla sola ipotesi di un maggior numero di figli si tirano indietro: hanno paura, temono di non farcela a mantenerli in modo adeguato. Siamo spaventati dalla prospettiva di dover rinunziare al loro lavoro e preferiamo investire in altro modo i sogni e le aspettative. Sarà sempre più difficile determinare se i numeri, seppur piccoli, siano da attribuire alle nascite da immigrati che hanno conseguito la cittadinanza, giacché anche la tendenza del meridione, storicamente più propenso a prolificare, sta dando un netto calo.
Il nord est ha pochi esempi di strutture famose, in particolare due mantengono primati importanti: il Burlo Garofalo (pediatrico di Trieste) e il centro di riferimento oncologico di Aviano.
Grandi cambiamenti stanno rivoluzionando i centri di cura sia in Veneto, sia in Friuli Venezia Giulia, con notevoli differenze: in Veneto l’ampliamento dei servizi e l’incremento dell’orario di apertura di ambulatori del settore pubblico, con alcuni casi in cui è possibile farsi visite specialistiche anche di notte. Gli ospedali rimangono gli stessi, con investimenti nei complessi per nuovi ambulatori e stanze con ulteriori posti letto. Per tagliare spese inutili hanno rivolto la loro attenzione alla burocrazia, trasferendo risorse sulle cure e sugli acquisti dei macchinari. Le Ulss diminuiranno da 21 a 9 e 21 uffici legali, 21 uffici tecnici, 21 uffici acquisti e via dicendo, saranno eliminati, giacché le loro funzioni possono più utilmente essere espletate da un nucleo centrale che risparmia e dà risultati uguali e migliori.

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La nuova organizzazione della sanità in Friuli Venezia Giulia, con scorporamenti e inserimenti in ambiti diversi, ha stravolto le strutture, i cittadini e anche le aziende sanitarie stesse. Per il momento i cambiamenti non sembra abbiano apportato alcuna miglioria. Dove c’erano liste d’attesa lunghissime, sono rimaste tali. Dove si poteva sperare di ottenere un appuntamento in pochi giorni prima della riforma, ora è più difficile giacché molti sono disposti ad affrontare viaggi pur avere risposte in tempi accettabili.
Anziché puntare sul miglioramento del personale, con particolare riferimento alla parte dirigente, hanno mantenuto la stessa casta con elargizione dei premi corrispondenti ai risparmi, in questo modo annullati. La disorganizzazione di alcuni reparti come il pronto soccorso per le emergenze nelle strutture minori (leggi San Vito al Tagliamento – PN), rimangono gestiti con evidente incapacità, mantenendo costi proibitivi per qualsiasi organizzazione non statale.
Il sogno dell’assessore alla sanità FVG Telesca di concentrare tutti i servizi negli ospedali maggiori con la disponibilità di specialisti di ogni settore della medicina, sembrano sfumare traducendosi in incubo, con le chiusure degli ambulatori e le riduzioni dei servizi e dei reparti. Forse risparmieranno qualche euro, ma sarà inevitabile dover percorrere molti chilometri nel caso dei residenti in zone meno fortunate, scaricando la maggior spesa a carico degli utenti.

Ora il medico di base dovrebbe assumere una maggior rilevanza nell’organizzazione sanitaria, svolgendo visite più accurate e gestendo i pazienti con meno leggerezza, giacché, a quanto mi è parso di capire, l’intendimento di tutta questa manovra è di contenere i costi, anche cercando di ridurre gli esami, che comunque in moltissimi casi sono passati sotto il nuovo sistema del ticket cui sono esenti solo coloro che hanno l’ISEE sotto i 15.000 euro.
Peccato che nella stragrande maggioranza dei casi i medici di famiglia non siano competenti e svolgano da anni un lavoro di segreteria rilasciando richieste di visite specialistiche, magari suggerendo le strutture private per accelerare i tempi, dato che la discrepanza tra i ticket a carico del paziente nelle strutture pubbliche e il prezzo da pagare in quelle convenzionate o meno, è praticamente inesistente.
Oltre alle proteste dei cittadini spaventati, finora abbiamo visto il proliferare sempre più di cliniche e ambulatori privati che sopperiscono alle carenze del settore sanitario pubblico, fornendo un servizio rapido, professionale e locale.

Ora spaventa anche l’istituzione delle UTI alle quali dovrebbero passare le competenze per quanto concerne i servizi sociali che finora erano in capo ai Comuni. Tutto il lavoro fatto in anni di cooperazione tra le amministrazioni locali, per esempio nel Medio Friuli, delegano l’Azienda di Servizi alla Persona Daniele Moro l’incombenza di gestire i servizi sociali e domiciliari, potrebbe essere stravolta e messa in discussione transitando sotto l’egemonia delle Unioni Territoriali Intercomunali.
L’assessore regionale alla Salute Maria Sandra Telesca ha più volte elogiato i servizi svolti dall’Asp Moro di Codroipo e dalle associazioni che si occupano di disabilità come La Pannocchia e Il Mosaico che con i volontari svolgono un lavoro prezioso, ma l’impressione è che dalla Regione vogliano mettere mano anche in queste strutture. Cambiare ciò che funziona, anziché cercare di migliorare quello che da sempre rappresenta il pozzo di san Patrizio per la sanità in Italia: gli ospedali pubblici dove trovano collocamento tantissimi elettori senza concrete selezioni meritocratiche.

Marco Mascioli

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