18/12/2018

“La previdenza complementare e integrativa doveva essere il secondo pilastro della previdenza in modo da garantire alle persone che si ritiravano dal mercato del lavoro un’entrata sostanzialmente simile allo stipendio da occupati. È inutile tacerlo: la previdenza complementare non è decollata. In Veneto gli aderenti a fondi di pensione complementare non sono più di un quarto. È dal 1992 che la pensione dei lavoratori dovrebbe avere una fonte pubblica, derivante dalla previdenza obbligatoria di base, e un’altra fonte, cioè la previdenza complementare. Per questo è necessario investire di più e meglio nella cultura della previdenza e sensibilizzare tutte le categorie e tutti i lavoratori/lavoratrici a questo strumento di sussidiarietà, diventato indispensabile per continuare a garantire lo stato sociale”.

E’ quanto ha affermato oggi al Bo l’assessore regionale al lavoro Elena Donazzan, intervenendo al seminario promosso dalla scuola di Giurisprudenza dell’Università di Padova sul tema “Il welfare integrato nella legge regionale n. 15/2017: prospettive di sviluppo della previdenza complementare in ambito regionale”.

“Un fondo di previdenza complementare, a base regionale, potrebbe offrire un sistema di welfare integrato e garantire un assegno pensionistico più dignitoso”, ha prospettato l’assessore, auspicando un “vero patto sociale tra lavoratori e imprenditori” finalizzato a rafforzare la seconda gamba del sistema previdenziale pubblico.

Punto di partenza del ragionamento è la fotografia demografica del Veneto di oggi: 4.871.000 abitanti, di cui 2.137.000 occupati e 1.009.000 inattivi con almeno 65 anni di età (quasi il 21 %) in costante aumento. “A tutti gli attuali pensionati occorre garantire l’attuale trattamento, però non si può non evidenziare che si è di fronte ad una palese ingiustizia generazionale. Gli attuali lavoratori dovranno lavorare molto di più dei loro genitori e riceveranno molto di meno”, ha ricordato l’assessore.
Il mancato decollo della previdenza integrativa – ha puntualizzato Donazzan – rischia di mettere a repentaglio la coesione sociale e le politiche di bilancio delle pubbliche amministrazioni, che dovranno adottare politiche assistenziali sempre più dispendiose. Interi settori produttivi non hanno propri fondi di previdenza integrativa. Inoltre i tassi di adesione sono bassissimi tra le donne.
“I primi a pagarne il prezzo saranno i giovani – ha sottolineato la referente delle politiche regionali per la scuola, il lavoro e la previdenza – in quanto l’allungamento della vita lavorativa limita la disponibilità di posti di lavoro per i giovani. L’ingresso al lavoro avviene di norma con periodi di occupazione discontinui, con rapporti di lavoro precari, senza possibilità di accumulare contributi pensionistici consistenti. Da ricordare, inoltre, che con il sistema contributivo sono decisivi soprattutto i versamenti che si effettuano nei primi 10 anni di vita lavorativa”.
“A questa situazione occorre porre rimedio e tra le soluzioni possibili c’è la creazione di un fondo di previdenza complementare territoriale, su base regionale”, ha rilanciato Elena Donazzan, che ha auspicato nel contempo l’avvio di azioni di promozione e diffusione di una cultura previdenziale, così come previsto dalla recente L.R. 15/2017.
“E’ dal 2001 che la Regione ha questa competenza – ha ricordato l’assessore – Si potrà valutare se è il caso di creare tale fondo nell’ambito della autonomia del Veneto e delle maggiori risorse che ne deriveranno. Ma il primo passo resta quello di creare condizioni, stimoli e incentivi perché si concretizzino adesioni”.
“Promuovere la previdenza complementare, anche come forma di welfare integrato, in un’ottica di sussidiarietà e di previdenza sociale – ha concluso l’assessore Donazzan – produce nel lungo periodo un risparmio di spesa e genera un capitale partecipato che diventa strumento di finanza territoriale. Il capitale dei fondi previdenziali, spesso superiore al Pil degli Stati presso i quali sono allocati, potrebbe finanziare opere pubbliche vitali per la comunità: con queste risorse si potrebbero rimettere in moto investimenti etici e locali in opere di pubblica utilità e di sicura redditività”.

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