09/12/2019

Francesco Mazzega è morto. Ora il suo nome non gli sarà più di peso, rimarrà tutto sulle spalle dei poveri genitori. Si è suicidato sabato sera, dopo aver cenato con la famiglia. Era agli arresti domiciliari, una misura che si sarebbe anche potuta tramutare nuovamente nel carcere, dopo la conferma della Corte d’Assise d’Appello della condanna a trent’anni, inflittagli per aver ucciso la sua giovane fidanzata Nadia Orlando nell’agosto del 2017. Mazzega non era in carcere ma ai domiciliari, in attesa della sentenza di secondo grado.

Una decisione dei giudici che ha provocato molto disappunto e critiche ma, probabilmente, decisione che aveva una ragione d’essere anche in uno stato di prostazione del giovane omicida, non indifferente a possibili gesti estremi.

Mazzega non ha retto all’efferetezza del suo gesto? può darsi e, comunque, sarebbe semplicistico liquidarla così. Diciamo, invece, che la giusta pena, la punizione esemplare da scontare fino in fondo, unita magari sempre ad un possibile percorso di recupero, consapevolezza e reiserimento sociale, non hanno avuto modo di avviarsi anche a causa del riproporre il fatto delittuoso ( con conseguente abbinamento indiretto tra vittima e carnefice) in un contesto di trattazione di un fenomeno come il femminicidio, senza rendersi conto, in questo caso, di avere involontariamente istigato al suicidio.

“Noi non volevamo vendetta”, hanno detto affranti i genitori di Nadia, mentre venivano subito tolte le magliette con la foto della povera figlia, indossate dalla squadra di ben un centinaio di persone che correva a Telethon nel nome della ragazza, con il sostegno di Andos Udine. Pensiamo che, oltre alla prospettiva di tornare in carcere , siano stati anche questi come ed altri eventi, come quello che ha portato più volte i genitori di Nadia sotto i riflettori e quindi all’attenzione dei media, insieme naturalmente all’isolamento sociale che si è consumato tra le pareti della comunità di residenza di Mazzega e dei suoi genitori ,ad innescare nella fragilità del ragazzo ll tragico epilogo.

Di fatto si è continuato a gridare al mostro, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sul grave problema della violenza sulle donne. Additare per educare può portare alle estreme conseguenze.

Meccanismi innescati da quella che potremo definire una superficiale o mancata valutazione sui possibili riflessi di determinate pubbliche iniziative, di un ostile ambiente sociale e di un interessamento mediatico morboso.

A questo proposito vorrei concludere con un parallelo. Ricordate l’efferato duplice omicidio che

commisero i due fidanzatini sedicenni di Novi Ligure Erika e Omar ? 96 coltellate inferte alla mamma e al fratellino di undici anni di Erika. La successiva condanna al carcere, poi il recupero nella comunità di don Mazzi. Sono tornati in cronaca per il recente matrimonio di lei ma con tutto il ripescaggio mediatico del tragico evento. Ecco la parola giusta: “oblio”, almeno quello per responsabili viventi, che non significa assolutamente oblio per fatti accaduti. Oggi la riabilitazione, oltre che dai rilanci mediatici è complicata dagli archivi digitali disponibili a tutti (Wikipedia per esempio) e l’unico modo di garantire l’oblio è il cambio di identità e di luogo. In assenza di ciò, la possibile riabilitazione diventa difficile e c’è chi, invece di sposarsi, si uccide.

Gianfranco Biondi

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