25/06/2018

Un libro imperdibile parla di una tragedia immane consumata duecento anni or sono nel disinteresse delle classi egemoni e di una società senza memoria.

In una delle nostre ultime e rare conversazioni Eric Hobsbawm mi stupì alquanto con la sua convinzione che per scrivere degli ultimi bisognava essere stati dalla loro parte. Se da un lato aveva fatto crollare il mito dello storico asettico tutto proteso a rappresentarsi con la spocchia di una neutralità di facciata, dall’altra mi ha aperto gli occhi su chi scrive di storia. Ebbene, oggi posso dire che Marco Monte con la sua ultima fatica editoriale ha rappresentato appieno quelle qualità care all’ultimo storico marxista.

Con il saggio LA GRANDE CARESTIA DEL 1813-1817 IN FRIULI”, uscito per i tipi di Gaspari, Marco Monte si è tuffato in una vicenda drammatica del nostro mondo rurale, non a caso dimenticata e trascurata dai cattedratici. Una vicenda sottratta all’oblio con una forza d’animo, una passione ed una competenza assai rara in tempi caratterizzati da minestre riscaldate, dai luoghi comuni e da una scarsa propensione ad approfondire le vicende del popolo basso. Marco Monte è uno storico vero, ma fuori dagli schemi: uno studioso di storia sociale e della sanità in epoca preindustriale che non ha bisogno di pagare dazio ai cattedratici. Ha pubblicato numerose monografie sulle ribellioni contadine, sul prestito usurario e sulle pestilenze. Seguendo la sua passione per le vicende degli ultimi è andato a scoprire una vera e propria ecatombe che nella sola provincia del Friuli ha causato la morte di almeno trentamila persone, abbandonate al loro destino e decedute per fame, cioè nel modo più crudele e doloroso che si possa immaginare.

Come riferisce la sua ineccepibile ricostruzione dei fatti, la vicenda ha avuto origine da un evento naturale, del tutto casuale, per quanto inimmaginabile: l’eruzione di un vulcano, il vulcano Tambora posto agli antipodi, nell’arcipelago indonesiano. Un fatto che ha dell’incredibile ma, che per effetto di alcuni milioni di metri cubi di ceneri sparate in cielo e poi spalmate dai venti di alta quota, è riuscito ad oscurare il sole, ad abbassare la temperatura e quindi a provocare una stagione di piogge incessanti che hanno compromesso la stagione agricola in vaste aree della superficie terrestre.

Ma come l’autore ha modo di spiegare con cronometrica precisione, gli effetti dell’evento climatico -durati sino alla primavera del 1817- sarebbero stati riassorbiti senza ulteriori sofferenze se non si fossero sovrapposti gli effetti della guerra. E il Friuli, che non aveva fatto a tempo ad uscire dalla crisi annonaria, fu costretto a subirne le maggiori conseguenze. Trovandosi sul fronte Franco-Austriaco, prese fra i due fuochi, le popolazioni rurali restarono vittima del caos, delle requisizioni e delle razzie e ben presto finirono per mangiarsi anche le ultime sementi: il che provocò il collasso della produzione agraria, del patrimonio zootecnico e quindi una crisi alimentare e sanitaria difficile da immaginare. Una crisi che l’autore è andato a scovare con certosina pazienza e rigorosa indagine in centinaia di archivi parrocchiali, alla conta dei morti e a cogliere nei diari dell’epoca, i gemiti, la disperazione di chi, perse le forze, si lasciava morire, o l’inebetimento dei sopravvissuti, che vagando per le campagne per nutrirsi con l’erba e le radici, non avevano nemmeno la forza di provvedere alla sepoltura dei congiunti.

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Morivano come le mosche ma in fondo moriva solo la povera gente di campagna, non certo i religiosi o i proprietari terrieri. Insomma, il Friuli aveva assunto le fattezze di un immenso campo di concentramento dove si moriva di inedia senza bisogno di un filo spinato e degli aguzzini. Una morte lenta che toglieva la forza di reagire, inimmaginabile in altri tempi di carestia quando i governi si prodigavano a fare incetta di grani nell’Impero ottomano o nella Russia zarista, se non altro per evitare le sommosse delle plebi urbane.
Il Friuli rurale è abbandonato a se stesso: una terra di nessuno che l’autore fotografa trattenendo a stento la sua personale sofferenza e senza indugiare in lacrimevoli giudizi la affida al lettore. Trentamila morti in solo duecento paesi del Friuli sono una enormità e in fondo non si può nemmeno parlare di una microstoria, dal momento in cui diventa l’archetipo di una infinità di altre storie cadute nell’oblio per il semplice fatto che non c’è stato un Marco Monte interessato a raccontarle. Fatta eccezione per qualche vecchio che ti tira fuori “la fan dal disesiet” per lamentare l’odierno spreco alimentare, la damnatio memoriae di un mondo contadino che si priva del ricordo per esorcizzare una sofferenza insopportabile ha finito per collimare con il disinteresse interessato delle classi egemoni.

Eppure, una tale impressionante vicenda avrebbe dovuto colpire l’immaginazione e riaffiorare per stimolare la memoria e il racconto. Ma ancor più ci colpisce il cinico e crudele disinteresse delle autorità dell’epoca: con esso il dato antropologico che ci fa desumere come la arrendevolezza e la rassegnazione della popolazione rurale del Friuli siano in qualche modo figlie di quella immane tragedia, che ingrottata nel subconscio si rivela tutt’ora capace di ammansire i Friulani di fronte ai pifferai che si ripresentano ad ogni elezione.
Leggete il libro e fatemi sapere!

Aldevis Tibaldi

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