25/06/2017

Con i tempi che corrono parlare di quasi cinquemila nuovi posti di lavoro creati in un solo anno sepur in una regione dall’economia solida sembra un miracolo. Più 3 per cento, per un valore assoluto che arriva a 166.489 unità, relativo alle posizioni da dipendente, così l’artigianato veneto (esclusa l’edilizia) torna ai livelli del 2012: il settore consolida le posizioni acquisite e inizia ad assumere di nuovo, anche se non è ancora colmato il gap dovuto alla crisi.
Il dato emerge dall’Osservatorio Ebav (l’Ente Bilaterale Artigianato Veneto)
sulle lavoratrici e lavoratori delle imprese artigiane aderenti all’ente nel periodo 2011-2016 . Un monitoraggio che, grazie alla riforma del sistema di versamento a Ebav mette a disposizione dati più certi e stabili sugli aderenti.

Grazie anche a un contesto economico favorevole che si prolunga dall’inizio dello scorso anno – nel 2016 il Pil regionale è cresciuto dell’1,2% a fronte del +1% nazionale -, nell’artigianato veneto (senza l’edilizia) i posti di lavoro dipendente sono passati in un anno da 161.730 a 166.489. Un saldo positivo di ben 4.759 posizioni nuove che segnano una crescita complessiva del +2,94%.

Aspetto positivo sottolineato dall’ente è la crescita occupazionale dell’ultimo anno che riguarda tutte le province del Veneto, mentre se si guarda al saldo negli ultimi 6 anni solo la provincia di Treviso ha recuperato quanto aveva perduto in termini di occupazione e si ritrova con un saldo positivo del +0,2%. Bene anche Vicenza che riduce a -1,63% il calo occupazionale seguita da Verona -2,05% e Venezia -3,34%. Molto resta da fare in provincia di Belluno dove il calo occupazionale è ancora elevato rispetto al 2011. Siamo ancora ad un -6,25%, un po’ meglio ha fatto l’artigianato di Padova -5,03% e Rovigo -4,48%.

I dati raccolti da Ebav permettono di fare delle analisi sia per il settore di appartenenza dei lavoratori, che per la loro età, genere, nazionalità, rapporto di lavoro e qualifica professionale. Nel quinquennio preso in esame (ad eccezione del trasporto persone), ad esempio, emerge che ci sono ben sei settori nei quali è stato recuperato tutto il gap, arrivando a un saldo positivo. Meglio di tutti hanno fatto gli alimentari con +935 lavoratori e +8,15%, seguiti dalle imprese di pulizia (792 per un +15,8%), la concia (315 e +18,6%), l’acconciatore ed estetista (297 e +2,8%) ed il vetro (261 e +24,6%). L’occhialeria ed ottica infine hanno fatto registrare negli ultimi tre anni un ritorno del lavoro che aveva raggiunto in suo minimo nel 2013 per poi risalire sino a superare di 37 lavoratori in dato del 2011 +3%.

Nelle analisi di genere invece da sottolineare che – a causa principalmente per il calo dell’occupazione nelle imprese della moda – le donne si sono ridotte più del doppio degli uomini -4,55% rispetto al –1,29%. In particolare sono calate le donne straniere –11,39% e nel complesso i non italiani sono calati molto di più dei connazionali (-6,05%).

Dato preoccupante emerge dalla analisi per classi di età dove i giovani risultano maggiormente penalizzati nel quinquennio: –18,8% per gli under 34. Crescono invece i lavoratori più anziani con una punta del +55% per gli over 63.

I rapporti di lavoro emergenti risultano essere il lavoro a domicilio (+95,32%) e il tempo indeterminato che cala solo dell’1,15%. Male i contratti che riguardano i giovani come l’inserimento e la formazione lavoro. E anche nelle qualifiche emerge la penalizzazione delle classi più giovani con il calo degli apprendisti -15,63%, mentre crescono impiegati e quadri a riprova di una crescita anche strutturale dell’artigianato regionale.

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