20/06/2018

Questo referendum non s’ha da fare!

ern mappa CatalognaLa chiamiamo da sempre Spagna, ma in realtà dovremmo precisare che si tratta del regno di Spagna. La lingua ufficiale dello Stato è il castigliano, chiamato comunemente spagnolo, ma il catalano e l’aranese sono tipiche in Catalogna che con il galiziano e il basco, godono dello status di ufficialità, previsto dalla costituzione. Altre lingue poi sono considerate alla stregua di dialetti, subiscono le influenze dei territori con cui confinano (portoghese, arabo e berbero).

La storia geografica del regno di Spagna, già impero dell’Unione Iberica, ha visto momenti di grande splendore, perché se i romani prima conquistarono praticamente tutta l’Europa, il bacino del Mediterraneo e il Medio Oriente, subito dopo gli ispanici occuparono buona parte del “Nuovo Mondo” (America Centrale e Meridionale) e tantissime isole sparse in tutto il globo. Per questo oggi rimane la lingua più parlata al mondo, dopo cinese (in verità considerando le centinaia di varianti linguistiche) e inglese (lingua internazionale). Separato dal Portogallo, il regno include ancora le isole Canarie nell’oceano  Atlantico al largo del Marocco e le Baleari in mezzo al Mediterraneo.  Un declino impressionante, quasi come quello dell’Italia.ern catalogna guardie contro pompieri

La cronaca di questi giorni, dopo gli ultimi attentati terroristici, ha visto il regno spagnolo nello scandalo per il referendum dichiarato illegale in Catalogna, che comunque si è svolto. Nonostante gli scontri con le forze dell’ordine, ha visto l’apertura del 95% dei seggi previsti e il risultato scontato del 90% di sì segnati sulle schede da 2,2 milioni di elettori pari a oltre il 40 % degli aventi diritto, che hanno voluto rischiare la vita pur di esprimere la propria opinione. Ottocento mila dovrebbero essere coloro che non sono riusciti a raggiungere le urne a causa delle violenze subite.  Se non ci fossero state le violenze da parte dei militari, sarebbero stati ben oltre il 50% a votare.

Scene di violenza incredibili in Catalogna, nel giorno che doveva essere quello di una festa della democrazia. Il risultato più eclatante è sicuramente dato dagli 844 feriti. Non solo blocchi e violenza, ma anche sequestri di molte urne e l’interruzione delle connessioni internet in diversi seggi, perché si riteneva potessero ricevere votazioni anche via web.ern catalogna violenza

Il presidente della regione catalana, Carles Puigdemont, ha definito quella di domenica 1° ottobre 2017 una delle giornate più vergognose per la nazione e l’indifferenza dell’Europa ha amplificato il sentimento d’impotenza dei cittadini nei confronti dei poteri forti che in diverse zone impedisce la libertà d’espressione.

Il voto alle elezioni e ai referendum dovrebbe essere la massima espressione della libertà e del rispetto nei confronti degli europei e questa non è stata altro che l’ennesima prepotenza. La Catalogna è una regione autonoma spagnola, un triangolo situato tra i Pirenei e il Mediterraneo. Trentaduemila chilometri quadrati per una popolazione di sette milioni e mezzo di abitanti. Confina a nord con la Francia e Andorra, a sud est con il mar Mediterraneo. È composta di quattro province: Barcellona, Girona, Lleida e Tarragona.

Una serie di fattori (regione autonoma, quattro province, lingua diversa etc.…) mi ha fatto riaffiorare il Friuli e Trieste. Da tre anni il 6 maggio non è solo l’anniversario del terremoto in Friuli, è anche l’occasione per ritrovarsi a Rivignano Teor dove, grazie al sindaco Mario Anzil, si parla di ricostruire il Friuli e Trieste con autonomia. Ricordando quanto fatto quarant’anni fa con le macerie, oggi molti vorrebbero pensare alla revisione dell’amministrazione del territorio con un’organizzazione che va nella direzione opposta a quella intrapresa dalla giunta Serracchiani.  Due provincie autonome stile Trentino Alto Adige, maggiori responsabilità e autonomia in capo ai sindaci e riduzione drastica delle incombenze e delle spese per la Regione. Altro che eliminare le province come stanno facendo.

ern catalogna referendumLa raccolta di firme, in alcune località della regione, ha consentito di raggiungere un numero impressionante di aderenti che andava bel oltre le cinquecento sottoscrizioni che i promotori necessitavano per presentarsi dalla governatrice per chiedere l’ammissione dei due quesiti referendari che prevedevano la suddivisione della regione in due province autonome del Friuli e di Trieste e l’altro quesito riguardava un tetto massimo al compenso degli amministratori e dei dipendenti sia della Regione, sia degli altri enti locali comprese le società con partecipazione pubblica.

In Friuli – Venezia Giulia, dal punto di vista burocratico, le cose sono andate esattamente come in Spagna: i governatori non hanno approvato i referendum, contrariamente a quanto si sarebbe aspettato ogni cittadino convinto di poter esprimere la propria opinione e di contare qualcosa dal punto di vista decisionale. La differenza poi l’hanno fatta i cittadini stessi che in Catalogna si sono organizzati per svolgere ugualmente il referendum, coscienti dell’annunciato pericolo che le forze dell’ordine avrebbero fatto qualsiasi cosa per impedire l’afflusso, mentre da noi, ci stiamo limitando all’attesa delle prossime elezioni regionali e nazionali, sperando vorranno consentirci almeno quelle per esprimere le volontà degli italiani e dei friulani in particolare.

Marco Mascioli

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