16/06/2019

Cala, nel suo complesso, la presenza del commercio al dettaglio a Udine. Sia dentro che fuori il centro storico. Aumenta invece la diffusione di alberghi, bar e ristoranti. La fotografia su Udine, che riguarda il periodo 2008-2018, è scattata dall’Osservatorio Confcommercio.

Con il contributo di Si.Camera (Agenzia delle Camere di commercio) è stata fatta un’analisi di 120 comuni, di cui 110 capoluoghi di provincia e 10 comuni non capoluoghi più popolosi (escluse le città di Milano, Napoli e Roma in cui, trattandosi di realtà multicentriche, non è possibile la distinzione tra centro storico e non centro storico).

Il calo del commercio

Nel decennio, Udine vede calare in centro storico il commercio al dettaglio del 12% (74 in meno, da 608 a 534 esercizi), mentre meno pesante è la riduzione nell’area non centrale (da 393 a 382, -2,7%). In centro ci sono in particolare meno tabacchini, negozi di libri, giornali, registrazioni musicali e video, articoli sportivi, giocattoli e articoli per la casa, mentre crescono i distributori di carburante, gli esercizi specializzati di apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni, le farmacie.

Ambulanti, alberghi, bar e ristoranti Per quel che riguarda il commercio al dettaglio ambulante si passa da 31 a 24 imprese in centro e da 60 a 39 all’esterno. Trend in controtendenza, invece, per gli alberghi (da 19 a 23 in centro, addirittura raddoppiati, da 12 a 24, fuori dal centro storico) e per bar e ristoranti (da 338 a 356 in centro).

«Il crescente fenomeno dei negozi sfitti nelle città, ancor più evidente nei centri storici – osserva il presidente di Confcommercio provinciale Giovanni Da Pozzo –, è dovuto a cause diverse quali, tra l’altro, la modifica del comportamento di acquisto, la mancata corrispondenza tra l’offerta commerciale e la domanda del consumatore, problemi di vivibilità, accessibilità e declino urbano .

Servono, anche a Udine, politiche di rigenerazione urbana innovative in grado di promuovere valori comuni, in ambito sociale, culturale ed economico – prosegue Da Pozzo –. Il terziario deve entrare in un percorso di innovazione in un contesto urbano sempre più caratterizzato dall’economia dei servizi. Ciò consentirebbe di trasformare le città in luoghi di ideazione di nuovi prodotti e servizi e non solo di consumo. Ad esempio, cultura e turismo se abbinati a creatività, design e innovazione, possono generare nuove filiere produttive. Idee, cultura, arte e bellezza sono un grande volano per la rinascita di luoghi antichi e, a partire dalla “riscoperta della prossimità”, possono generarsi nuovi modelli di acquisto legati alla valorizzazione dei prodotti locali e all’attenzione alla storia dei luoghi e alle tradizioni».

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