21/05/2018

Il Friuli Venezia Giulia ha, per caso, città di 21 milioni di abitanti come Pechino? o, per non scomodare i cinesi, città di a 2.8 milioni come Roma, di 1.3 milioni come Milano? pe non parlare dell’osmosi di queste città il territorio circostante che fa salire ulteriormente le cifre. La risposta è no…non abbiamo queste realtà demografiche. La bella città di Trieste, pur con il suo impatto cittadino rispetto a tutte e altre località regionali, non si avvicina neanche lontanamente a certi numeri. E allora, perchè il Senato della Repubblica italiana ha inserito le città metropolitane nella la proposta di legge costituzionale 3224 sulle modifiche della specialità regionale, approvata dal Consiglio del Friuli Venezia Giulia nel gennaio 2014? di questa categoria di ente territoriale (la città metropolitana) volutamente non era stato fatto cenno nella proposta iniziale – come ha ricordato il presidente Franco Iacop ieri alla Commissione Affari Costituzionali della Camera. Una proposta che, tra l’altro, il Consiglio regionale varò con una larga maggiornaza trasversale (37 consiglieri su 49) e che accanto al voto favorevole della maggiornza trovò l’adesione anche di gruppi dell’opposizione.

Questo intervento modificativo del Senato è stato fortemente criticato da tutte le forze politiche rappresentate in Consiglio regionale, soprattutto per il metodo.

Il 9 settembre l’assemblea regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato a larghissima maggioranza una mozione che impegna i presidenti del Consiglio e della Regione a ribadire nelle sedi istituzionali competenti le prerogative del Consiglio regionale rispetto ai progetti di modifica statutaria, coerentemente con quanto sta elaborando la Commissione tecnica sull’intesa preventiva per la revisione degli Statuti speciali.

Quale portavoce dell’Assemblea legislativa regionale, Iacop di si è rammaricato per gli interventi modificativi apportati dal Senato, senza nemmeno consultare l’Assemblea da cui proveniva la proposta di revisione dello Statuto di autonomia. Questa esperienza – ha aggiunto – avvalora ancor di più il convincimento che il principio dell’intesa sulla revisione degli statuti di autonomia vada introdotto nella Carta costituzionale e puntualmente regolamentato, attraverso soluzioni procedurali, come quella proposta dalla Commissione Bressa nell’agosto scorso.

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