26/09/2021

Di Marco Mascioli      

Della monarchia asburgica costituita dall’Impero d’Austria e dal Regno d’Ungheria, cioè l’Impero Austro-Ungarico (1867-1918) non ci viene insegnato molto a scuola.  Spesso dipinti come i nemici della prima guerra mondiale, sappiamo quasi tutto dai racconti dei nostri avi (molti dei quali ricordano con piacere il periodo prima del conflitto, “quando tutto funzionava bene”). Si tratta di un centinaio di anni fa, eppure come al solito chi vince scrive la storia e i posteri se la bevono.

Trieste e Gorizia, con le rispettive provincie, nonché il Trentino Alto Adige quindi sino a circa metà del Lago di Garda, facevano parte di quei territori che gli italiani chiamavano estero. Si parlava italiano (più o meno), quasi sempre i dialetti locali, ma quando si trattava di affrontarsi durante la guerra, ognuno lo faceva per una bandiera diversa.

Ci sono tanti aneddoti tramandati da generazioni, uno dei quali particolarmente significativo: quando i militari italiani arrivarono in provincia di Gorizia, all’inizio del primo conflitto mondiale, chiesero ai primi residenti che incontrarono se avessero visto dei nemici e questi risposero che loro erano i primi che vedevano. 

Fondamentale, in tempo di pace, comprendere cosa siano le guerre, quante assurdità nelle gesta di uomini, esseri umani che secondo le volontà di politici e regnanti, cambiavano bandiera e morivano o uccidevano per una o l’altra patria.

Oggi è essenziale trasmettere alle nuove generazioni il rispetto reciproco a prescindere da tutto. Siano stati soggiogati psicologicamente, oppure fisicamente, tanti giovani ventenni morirono nelle battaglie, confrontandosi con loro coetanei.

Una bella iniziativa si è svolta domenica scorsa a Romans d’Isonzo e Versa per ricordare i soldati dell’esercito Austro-ungarico deceduti nella zona, lontano da casa ma nella stessa loro grande patria. Organizzata dal ricercatore e storico isontino Gianfranco Simonit, presidente del Gruppo Speleologico Carsico, che da oltre un ventennio recupera monumenti e testimonianze della Grande Guerra, insieme a Ilario Godeas del Circolo Ricreativo Filodrammatico di Versa (GO)  e tutti i volontari associati, che hanno riunito le rappresentanze di quelli che oggi sono tre Paesi europei: Italia, Austria e Ungheria.   

Dopo aver sentito gli inni nazionali di Ungheria, Austria e Italia, la scopertura di due lapidi commemorative poste sul frontale delle cappelle cimiteriali,  a perenne memoria di quei giovani uccisi in guerra. Dai documenti ritrovati si è risaliti ai due ospedali militari allestiti a Romans e Versa, dove si cercava di curare i feriti, a prescindere dalla divisa indossata.

Le mani che hanno provveduto alla scopertura delle lapidi erano unitamente del comandante Vilmos Kovacs del museo di storia militare di Budapest, dell’ingegnere Otto Jaus della Croce Nera austriaca di Vienna e del Sindaco di Romans d’Isonzo Davide Furlan. Tante le autorità presenti, dai sindaci o loro delegati dei Comuni di Medea, Fogliano; Redipuglia e Sagrado alle forze dell’ordine e i militari delle tre nazioni, ma con il bravo organizzatore Gianfranco Simonit, oltre alle suddette autorità, ha invitato ad alternarsi al microfono per i doverosi discorsi, anche il Primo Luogotenente Bartolomeo Rispoli del Sacrario Militare di Redipuglia,  Lajos Pinter console Ungherese di Verona, Gianfranco Biondi delegato dal consolato d’Austria a Trieste (direttore di Euroregione News), Sergio Petiziol delegato dal Console Onorario della Repubblica Ceca a Udine Paolo Petiziol  (anche la Cecoslovacchia era parte dell’Impero Austro-Ungarico sino al 1918), il colonnello Attila Muriko, ufficiale di collegamento allo Stato Maggiore della Difesa a Roma, il vice prefettto Antonio falso,, il colonnello Làzlò kaputa addetto militare per l’Ambasciata d’Ungheria a Lubiana una rappresentanza della Brigata Pozzuolo e Ilario Godeas del Circolo Ricreativo Filodrammatico di Versa concludendo la commemorazione con la deposizione di corone d’alloro.  

Queste due nuove lapidi  ricordano i soldati ungheresi (17 nomi a Romans e 8 a Versa) che hanno combattuto sotto la bandiera dell’Impero Austro Ungarico e deceduti negli ospedali da campo di Romans e Versa. Di questi nomi, non censiti se non negli elenchi delle parrocchie, è stata offerta la giusta evidenza nelle ricerche di Simonit  e vanno ad affiancarsi alle lapidi che ricordano i soldati della zona, quindi di lingua italiana, sempre periti indossando l’uniforme austro-ungarica. Questi soldati sono stati dimenticati dai vincitori, quell’Italia italianissima che li rinnegò come traditori e austriacanti e per saver combattuto sotto la bandiera sbagliata “…ma questi fatti vanno contestualizzati da una oggettiva analisi storica di cui i posteri è giusto siano partecipi, l’unica che può rimediare alle de-contestualizzazioni del calcolo e delle convenienze politiche dell’epoca che, in questo caso, costarono a questi soldati la cosa più dolorosa dopo la morte, l’oblio del loro sacrificio. In quel momento non combatterono per la bandiera sbagliata ma per quella che era semplicemente la loro bandiera ed è proprio per questo motivo che il sacrificio di vinti e vincitori va rispettato e ricordato”, ha sottolineato Gianfranco Biondi, portando i saluti della Console Onoraria della Repubblica d’Austria in Friuli Venezia Giulia, Sabrina Strolego e del Console Generale a Milano, Clemens Mantl.

L’iniziativa ha ricevuto il sostegno del Comune di Romans, del Museo di Storia Militare di Budapest e del ministero della Difesa ungherese e della Bcc di Staranzano e Villesse.

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