07/07/2020

intervista audio di Vania Gransinigh a cura di Gianfranco Biondi

di Vania Gransinigh

I figli Sandra, clara e Stefano dell’artista  Renzo Tubaro (1925-2002) hanno donato 64  disegni e dipinti del Maestro alla Fondazione Friuli. Un’operazione di alto profilo  culturale, che permette di accrescere una collezione pubblica di grande importanza.  Il  senso di questa acquisizione risiede , prima ancora che in un dovuto processo di valorizzazione e promozione, nella documentazione dell’infaticabile lavoro di un pittore  che per oltre sessant’anni non smise mai di rivolgere il suo sguardo incantato alla realtà  delle piccole cose che lo circondava e di cui seppe farsi attento cantore.Così commenta  Vania Gransinigh, direttrice della Galleria d’Arte Moderna di Udine.

Renzo Tubaro appartiene a quella generazione di artisti friulani, nata tra le due guerre e  cresciuta a stretto contatto con l’ambiente locale. Come molti dei suoi coetanei,  associò  presto l’interesse per la pittura di luce e colore della tradizione veneta che rimase  sempre il sostrato fondamentale dei suoi lavori. 

Un soggiorno a Roma, – scrive Vania Gransinigh – dove conobbe Ferruccio Ferrazzi ed  ebbe modo di cimentarsi nella tecnica dell’affresco, e l’amicizia di lunga data con Felice  Carena completarono la sua formazione artistica in ambito pittorico. Bastano questi  pochi richiami per inquadrare gli esordi compiuti dall’artista nel corso degli anni  Quaranta dove si collocano i primi ritratti che vivono delle preziose e raffinate tessiture  cromatiche di ascendenza careniana e il colore si stempera sul supporto rivelando la sua  intrinseca luminosità.

Sono i giovani amici e i parenti più stretti a sollecitare l’attenzione di Tubaro in quegli  anni di affermazione di sé, alla ricerca di una maturità espressiva di là da venire e che  troverà modo di esplicitarsi sempre più nel confronto diretto con una realtà decantata e  trasfigurata dal forte senso estetico che gli è intimamente proprio. 

Si tratta di un filtro di cui il pittore si serve per isolare frammenti del mondo intorno a lui  e che, soprattutto negli anni Cinquanta, egli estrapola dalla quotidianità, componendo e  ricomponendo, con sapiente sintesi formale e volumetrica, immagini di rara forza  evocatrice. È il tempo degli animali ripresi al mercato o nella stalla, degli operai raffigurati al lavoro e dei muratori indaffarati in cantiere. Ma è soprattutto il tempo delle  nature morte, costruite di pochi e semplici oggetti che la luce esalta e accomuna in una  sinfonia di tono su tono.

Renzo Tubaro passa indenne attraverso i richiami seducenti del neorealismo che anche  nella provincia friulana ebbe i suoi rappresentanti e i suoi strenui sostenitori. I  movimenti delle neoavanguardie e le sirene dell’Informale lo lasciano del tutto  indifferente: lui continua a concentrarsi sulla profonda esteticità del vero, sulla bellezza  della forma che si rivela nel colore e nella luce. 

E proprio quando intorno a lui, negli anni Settanta, la pittura tende ad assumere un  carattere sempre più concettuale e analitico, egli dà forma a opere che tornano a  riservare uno spazio privilegiato alla figura umana, portatrice dei valori di un piccolo  mondo antico dove gli affetti e i sentimenti rimangono dominanti e le immagini possono  farsi portatrici del loro messaggio. 

Nascono allora le raffigurazioni di una maternità replicata infinite volte nell’abbraccio  tra la madre e il proprio figlio a richiamare significati sacri e arcaici, che nella semplicità  dei gesti racchiudono la potenza icastica del loro proporsi.

Accanto a queste raffigurazioni, Tubaro continua la sua personale interpretazione della  realtà quotidiana nella natura morta, rinserrata nelle curve sinuose di una brocca, nella  irregolare sfericità di un frutto, nelle concrezioni materiche di una conchiglia. In queste  composizioni, la costruzione delle masse rimane affidata al solo colore che, deposto sul supporto in leggere pennellate, vibra nella luce e così facendo individua i volumi.

A corollario di questa sfilata di immagini, si pongono inoltre i numerosi fogli tracciati a  matita, a penna, a sanguigna, talvolta acquerellati, più spesso rifiniti a tempera:  centinaia di appunti visivi che Tubaro ha voluto conservare a ricordo di un istante in cui  la sua attenzione è stata attratta da una scena, un volto, una figura.

 I disegni rappresentano una parte importante del lavoro del pittore che li utilizza a  volte quali studi per realizzazioni successive, ma più spesso attribuisce loro il valore di  opere autonome, affidate all’esercizio di tecniche diverse.

La cospicua donazione di cui la Fondazione Friuli è stata fatta oggetto rappresenta una  summa particolarmente rappresentativa di questa variegata produzione grafica e  pittorica e copre quasi tutto l’arco della carriera artistica di Tubaro. È confortante  sapere che da oggi questi dipinti e questi disegni sono stati sottratti al fluire lento del  tempo cessando di essere parte di quel processo di oblio a cui sono destinate spesso le  testimonianze degli uomini. Essi troveranno ora una nuova collocazione che ne  consentirà la fruizione ad un pubblico sempre più ampio e con essa una valorizzazione  dell’opera di un artista che merita tutta la nostra attenzione e quella di chi verrà dopo di  noi.

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